Un tempo, un paese

Sul tavolo, ogni posto ha la sua fotografia e il profumo dei limoni portati dalla Calabria, dopo l'ultimo viaggio al sud, per uno dei nostri pellegrinaggi che ci conducono a lui.
Un ricordo di Mino, così come garbatamente lo aveva chiesto un amico e come io volutamente non avevo scelto di fare, perché non mi piacciono le immagini che non dicono più nulla della vita, le immagini che sono staticità e silenzio.
Comunque è stata una richiesta fatta quasi sottovoce e avanzata con affetto ed io con affetto ho risposto. Mino è qui con noi, con i limoni della sua terra, tenuti tra loro dalla foglia nata per unirli, che li accomuna tingendoli di verde. Li avvicino alle narici, il profumo è sottile e fortissimo, entra nel corpo e nell'anima, intenso così come sempre ci accoglie nella terra che per tante estati è stata anche la nostra e torna ad esserlo per noi dopo anni di assenza

Sempre Rocca mi appare all'improvviso; per quanto io la cerchi, e scruti quelle terre brulle alla scoperta di sagome e luci disposte così come il mio cuore ricorda, con l'ansia che mi prende un po' per stanchezza un po' per emozione, nulla scorgo fino all'ultimo dal finestrino della macchina che si avvicina allo svincolo della statale, sale sù verso l' entroterra.
Confusa con il paesaggio sfumato dai vapori della sera, sono le luci che salgono dalle pendici al castello a delinearne i contorni e a stagliarla definitivamente nel paesaggio. Ogni volta quel ritrovarla lì, nella sua cocciuta e immobile identità, come stesse aspettando proprio me anche dopo tanti anni, mi commuove; sento la forza di quell'abbraccio di benvenuto, che è immagine e profumo misto a ricordi e sensazioni ancora vivissime, forti così come le provai quella prima sera.
Rocca, nei racconti e nelle parole di Mino era il paese dell'infanzia, la figura del padre che troneggiava nel forte rimpianto dell' assenza improvvisa, Rocca era la solitudine dell' adolescenza e il suo rifugio, la malinconia dei versi che graffiavano le pagine nascoste, il regno prepotente di Tettè e la compagnia giovanile e brevissima della sorella; Rocca era morte e vita legate strettissime dagli anni che passavano. Lui e la sorella affondavano le loro radici in quelle zolle di limoni e viti, nella terra che si inerpicava essenziale verso la rocca e dall'alto dominava la vallata di Canna e Nocara.
Quante volte, da ragazza, avevo costruito il mio arrivo al paese con un senso di superiorità, con lo spirito della cittadina che arriva e si degna di girare per le viuzze e salutare appena; immaginavo l'accoglienza, l'atmosfera, gli incontri.Nulla a paragone sarebbe stata la realtà. Era un mondo talmente lontano dal mio che per forza di cose lo avevo idealizzato, era divenuto dentro di me favola e sogno. E favola e sogno è rimasto nel tempo.
Quella prima sera, il mio arrivo a notte fonda per disguidi di orari, Mino che corre verso il vagone dove insieme agli altri viaggiatori aspettavo che il treno ripartisse da quelle stazioncina solitaria, spersa nella Calabria, e brandendo una rosa rossa mi invita velocemente a scendere. Confusione, vergogna, stanchezza; arriviamo sotto casa stravolti. E l'immagine di Tettè fra l'ansioso e il
furioso si dilegua dietro le mille luci che le coppe assorbono dai riflessi delle gocce di cristallo,
sulla tavola imbandita; le posate d'argento, il profumo della tuberosa che stordisce, protagonistafloreale sull' alzata del pianoforte. Mino si siede e suona.
E nei giorni che seguono io che passeggio per il paese con Mino, il rumore delle sedie che scricchiolano sotto il peso delle persone che si voltano a guardare, e l'arrivo al Convento che è parte integrante del sogno, affogato da erbacce e ricordi di tempi migliori. E anche quello diventa ai miei occhi e poi nei ricordi un angolo di terra aperto al vento e al tetto di mille stelle, che di notte si affacciano tra gli archi dirupati sulle balconate di fiori e pietre.
Dio! quante stelle possono contarsi nel cielo quando ogni altra luce si spegne e che silenzio così pieno di pace, così lontano dalle notti della mia città.
Profumo di mare, di pietre lisce, levigate, scivolose e lucide di acqua e sale, il mare a Roseto, il mare di un pomeriggio d'estate, senza soffi di vento, con il sole al tramonto, e l'acqua trasparente fino a scorrere le vene di terra tra sassi ed alghe, piccoli sciami di nature marine che attraversano onde di luce. Quel mare, da quel pomeriggio a Roseto, io non l' ho visto più.
Anche i colori e i profumi della bambata, imbellettata di pomodoro e peperone, che si mischia al tenero intenso dei gelsomini non c'è più nell'aria.
Il paese chiude le porte e sbarra le finestre, ci fa sentire ospiti mentre saliamo al castello seguendo come capre le tortuosità delle viuzze che portano al monte. Siamo stranieri a Rocca.
Intorno angoli di cielo, crepe di mura, finestrelle che si affacciano sul mare lontano di un viola intenso e scorgono limoni e viti, raccolgono con lo sguardo l'oro delle arance, scendono verso le pendici lì dove le propaggini di Rocca si allungano come radici vitali, verso la piana.
Stranieri a Rocca.
Nessuno più ci racconta della sua storia e della vita che è stata, nessuno ci fa omaggio di focacce e piccioni, di lampacioni sott'olio e soppressate, così come una volta li offrivano a Donna Ganna in segno di rispetto.Per loro, che vivono e spiano la nostra vita dietro le scuri delle finestre sbarrate, siamo stranieri che tornano al paese, senza radici credono, senza ricordo.Nulla sanno di noi, della nostra storia, della lontananza forzata che ci ha portati a vivere la solitudine e la fatica della vita di città per tanti anni, forti solo della grande volontà di andare avanti, per tornare forse, per raccontare un giorno.
La strada s'inerpica verso la casa paterna, e il balcone della cucina è lì, nella sua postazione di vedetta e controllo. Lo sguardo si perde sul susseguirsi a sghimbescio di tegole a coppi, quelle che i mastri di una volta lavoravano a mano, lunghe e concave, sfalzate l'una sull'altra, confuse al colore ambrato delle mura e dei tetti che sono tutto il paese dall'alto.
Fisso il terrazzino e chiudo gli occhi e i bambini tornano a giocare tra le sbarre di ferro del piccolo spazio di vedetta; dietro Tettè brontola e la nonna controlla passo passo.
Un rumore, una porta che sbatte, il mormorio del pentolone con la marmellata di uva che bolle da ore sul fuoco, il profumo del rosmarino che Mino intinge nella ciotola di olio e aceto e poi spennella sul capretto che rosola lento sui ciocchi di legna nel grande camino. Nell'angolo la pignatta abbraccia e trattiene il lento sobollore dei fagioli su di un letto di cenere. Mino prepara la cena per il suo amico - mio fratello Andrea - che all'improvviso, senza invito, senza complimenti, ha finalmente bussato alla porta. Tra i ca1cinacci che piovono dagli stipiti dell'uscio che si apre sulla via e cadono a pioggia sugli ospiti,un grande abbraccio tra fratelli zii e nipoti e tutti finiamo nella grande cucina che è il nostro mondo nella casa dell' estate.
Il tavolo di legno nasconde il cassetto che accoglie il piatto con gli avanzi del pranzo, scopre i tesori della cucina che profumano il legno stagionato.Nascoste nel fondo, il mazzo di carte per la partita serale. Niente televisione, solo una vecchia radio in sotto fondo trasmette una canzone di Gianna N annini:" . .. il tuo amore è una camera a gas. . . ! ! ! "mi viene voglia di cantare a squarciagola con lei
mentre Mino ed io giochiamo contro la nonna e Tettè; canasta, scopone scientifico, che importa. La partita è motivo di scontro, prese in giro, risate, nervi scoperti.
A fine giornata, i bambini dormono e noi ci rilassiamo. Qualche volta osiamo addentrarci sulla statale per Canna nel silenzio della notte, piccola divagazione estiva in una terra che non offre divertimenti di nessun genere.Ma a noi ci basta procedere per mano lungo la via che sale alle scuole, gira per il paese ormai distante, ci allontana dalle case che hanno spento ogni luce. C'è solo il chiarore della luna a farci strada.
Anch'io in qualche modo ho messo qui radici. E' qui che ho voluto che Mino tornasse, le sue radici nella terra che è stata la sua. E' l'unico modo per non rompere con il nostro passato, ora che i figli sono grandi e seguono le loro strade. L'unico modo che mi rimane per ricordare bene ciò che è stato negli anni che ci hanno visto ragazzi e poi con i figli e poi più nulla. Anche se non c'è più una cucina che vive le nostre cene, una stanza che culla i nostri figli, il tetto di stelle è rimasto a guardia del sonno di Mino. E' un tetto di luci, di chiarore lunare come allora che camminavamo abbracciati per la strada che portava a Canna.

<<< Indietro