Adele
Archetti Cosentino
A
Passeggio per Canna - Ritorno
a Rocca Imperiale Dopo 20 Anni - Un
Tempo, un Paese
-
Commento all'Almanacco della
Calabria 1991
Sguardo
a Rocca Imperiale
A
1200 metri da Stazione Nova Siri si entra nella Calabria.
La carrozzabile, fiancheggiata dagli ulivi, che nella regione sono "la
pianta principe", improvvisamente si restringe e questo è
il primo segno tangibile dell'entrata nella nuova regione.Benvenuti
in Calabria. La strada si dipana ancora per qualche chilometro, nel
punto in cui i fianchi montani sempre più si accostano alla sponda
ionica punteggiata di scogli e rumorosa di mare frangente. Appare a
destra, nel declivio di un colle, Rocca Imperiale.
E' nulla di più indovinato che conoscere Rocca di notte. Non
se ne distinguono nettamente i contorni perché essi si perdono
nell'oscurità che ne consuma la precisione della cornice, affogandola
d'ombra e di cielo. Ma vagamente il richiamo di luci ne delinea la sagoma
piramidale, come se fosse stata dimenticata lì tra i monti brulli
nello scenario naturalmente tipico della Calabria.
Un paesino che sembra un presepe; perché ogni casa si annunzia
nella fioca luce della lanterna esterna, e la chiesa, quasi al vertice
della piramide di casette, domina l'orizzonte delle abitazioni con la
croce illuminata a tre luci, più risplendenti e autonome. In
cima, proprio sul pizzo, l'ombra di una costruzione diversa: il castello
di Rocca Imperiale troneggia nell'oscurità, senza luce alcuna,
imponente e solitario.
Di giorno è come scuotersi da una fantasia ovattata e crepuscolare.
Rocca Imperiale è lì, finalmente concreta nel disegno
e l'inerpicarsi delle piccole abitazioni che via via scendono addirittura
al mare con le appendici e le propaggini delle nuove costruzioni. Cosicché
tra Rocca-paese e Rocca-scalo a parte brevi intervalli di verde lavorato
a vigne o abbandonato alla primitiva natura calabra, è tutto
un pullulare di masserie e nuove abitazioni con qualche pretesa di modernità
di cattivo gusto.
Peccato perché Rocca è deliziosa lì proprio dove
il suo aspetto è rimasto integro; tutta lastroni di pietre e
tegole, con un'infinità di sfumature naturali.
Vista dall'alto della nostra casa dalla finestra d'angolo della sala
da pranzo o dal breve terrazzino dell'antica cucina, lo sguardo si perde
e si confonde sulla fuga di tegole che, sbalzate a diversi livelli,
movimentano in linea d'aria lo spettacolo. Ogni casa come filo fisso,
non manca di un bel tralcio di peperoni piccoli e rossi, che mettono
allegria al solo guardarli. Mischiati agli inserti d'aglio e ai panni
che si scaldano al sole, affissi alla canna pendente al di fuori delle
finestre, sanno di quell'aria di paese che andiamo cercando alla fine
di un inverno, per sentirci finalmente "lontani".
Le stradine si inerpicano su per la collina, in un disordinato disegno
di archi e serpentelli, che portano al Castello. Animali e padroni,
che scelgono per forza di cose la stessa stradina per salire alla stalla
e scendere alla campagna. In una fuga di piccole case composte, ognuna
con il suo terrazzino donde adocchiare lo straniero e spettegolare sulle
novità locali, Rocca raggiunge il Maniero; in rovina per la verità,
proprio in cima al colle, fatto costruire da Federico II di Svevia e
che ricorda quelli di Lagopesole e Lucera. FU rimaneggiato in epoca
aragonese e sulla struttura originale, caratterizzata dalla originale
merlatura, fu alzato un secondo piano, le cui origini più moderne
sono tradite dalla diversità di colore che è andata assumendo
la pietra col passare del tempo.
Dall'alto si domina la vallata.
A vista d'occhio i paesini di Canna e Nocara, più alti di Rocca.
E ai piedi del primo la vena di terra arsa che altro non è che
il torrente Canna, arido di acqua.
La curiosità torna a Rocca; alle voci che ne popolano le viuzze
e alla penombra degli interni dove ci si affaccenda intorno al forno
per la cottura del pane e della "bambata"
Tra un pane e l'altro una sbirciatina alla strada, dietro il vetro delle
tendine che si accostano e si sfiorano con una delicatezza studiata.
E dal momento che il giornale a Rocca non arriva, si è per lo
meno al corrente della vita del paese. Ormai sono rimasti gli anziani
che magari hanno aiutato i figli a spiccare il volo verso altre terre.
Così mentre i padri finiscono i loro giorni al pascolo o al lavoro
nelle vigne, cotti dal sole e bruciati dal vento, i loro figli iniziano
le loro attività nelle officine del Nord o nelle fabbriche straniere,
tranne a ritornare, d'estate, ripuliti e nostalgici, al paese d'origine
con la macchina nuova rumorossissima e brillante, E finiscono per sposare
la "zita" rimasta in paese in attesa di una promessa da mantenere.
Così capita che d'estate quasi ogni giorno è un via vai
di macchine e un affastellarsi di strombazzamenti che si annunciano
dalle vicine campagne e si ingigantiscono chiassosi lungo i gironi che
abbracciano circondandola di asfalto e di civiltà. Fino a giungere
alla chiesa del paese - la Chiesa Madre con campaniletto del XIII secolo,
dichiarato monumento nazionale - dove al suono della campana si formano
le nuove famiglie. E poi uno scendere precipitoso a valle con il suono
festoso dei clacson che si disperdono nel verde intorno, lungo la strada
che porta al Convento, e scompaiono all'orizzonte dopo la curva del
ponte diroccato, anch'esso fatto costruire da Federico II. Il Convento
sgretolato, dalle bombr dell'ultima guerra, è di una bellezza
malinconica che stringe il cuore. Spingendo la vecchia porta lignea.
Ci accoglie ci accoglie un cortile con il pozzetto centrale e la pavimentazione
arcuata, tutta ciottoli, che riprende quasi il motivo della cupola;
una specie di papalina con il pompon terminale. Le arcate, lungo i fianchi
dell'antica costruzione, affogate dall'erba che cresce selvaggia e affrescate
da panni tinozze e roba di ogni genere, da allo stesso tempo idea di
abbandono e sentore di vita.
Ma è vita che si svolge solitaria e diroccata, contenta del niente
e non dimentica di tempi migliori, quando il verde delle piantagioni
e la fantasia naturale dei fiori rendeva quel convento un'abitazione
da "Mille e una notte". A parte i coco delle galline, lo starnazzare
delle delle oche e il brusio del vicino mulino pneumatico - modernissimo
e unico nella zona - il Convento oggi è in silenziosa eppur cocciuta
e puntigliosa attesa dei "danni di guerra".
Quasi fantasma d'altri tempi, è lui a dare, dall'alto della papalina
irsuta di erbe selvatiche, il saluto a chi si allontana dal paese.
Adele Archetti Cosentino 1972