Rocca Imperiale in una incisione di Saint Non

ROCCA IMPERIALE ALLA FINE DEL 1700




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cenni di vita sociale ed economica in Basilicata

Negli ultimi decenni della seconda metà del '700 in molti paesi della nostra provincia, la Basilicata (1), di tanto in intanto, or qui or là, la quiete rassegnata delle popolazioni fu scossa e la vita sociale sconvolta da improvvisi sussulti e da episodi di ribellione e manifestazioni tumultuose che talvolta sfociavano in sommosse cruente (2). Si trattava sì, di vampate di ribellioni popolari, di episodi isolati che non assumevano connotazioni di movimenti regionali venivano presto, e definitivamente sedati con la forza, ma denotavano anche lo stato di estrema miseria della Regione e testimoniano il grado di grande esasperazione delle nostre genti, generalmente pacifiche perché rassegnate da tempi immemorabili a vivere, anzi a sopravvivere, di stenti.

In quel tempo, tranne che in alcuni grandi centri della regione (3), non si era ancora formata, o era allo stato embrionale, la piccola e media borghesia agraria e intellettuale, che sarà il fenomeno più importante del primo 800 meridionale, su cui si innesteranno movimenti, dapprima poco delineati e piuttosto estemporanei e confusi, che avranno tanta parte nelle vicende risorgimentali.

Vi erano invero i ricchissimi: i feudatari, i benestanti (pochissimi), i preti (4) gli amministratori e gli agenti baronali, i notai, i paglietti (5) i dottori fisici, che erano riusciti ad entrare nell' entourage del feudatario; i poveri (i più): i bracciali, i vaticali (6) i gualani (7), i vardari (8), i magistri(9), che poi alla fin fine erano quelli che subivano ogni sorta di vessazioni; oltre ai miserrimi, quegli sventurati cioè presenti in ogni tempo e in tutte le società.- In particolare, la miseria diventava ancora più nera, oltre che per le ricorrenti carestie, pestilenze e cause naturali (terremoti, alluvioni, siccità), anche per le prepotenze (10), gli abusi, le angarie dei feudatari e dei loro agenti, le gabelle degli arrendatori (11) e i balzelli feudali. Gli episodi di violenza perciò erano spesso spontanei: bastava un nonnulla, una scintilla, per far divampare un incendio.

I nostri bracciali il più delle volte si raccoglievano nella piazza del paese per manifestare e tutt'al più gridare al feudatario lo stato di estremo disagio in cui versavano, senza l'intenzione, cioè, di creare situazioni difficili ed intollerabili. Ma poi la folla, la calca, gli animi eccitati talvolta facevano degenerare gli assembramenti in tumulti. Le manifestazioni, si badi erano dirette (questa è la singolarità dei tempi) non contro le istituzioni o il Re, non contro il governo di Napoli, ma contro le persone (i feudatari, i loro agenti, gli arrendatori, gli agenti regi disonesti) che quelle istituzioni rappresentavano (12).
Ma altre volte erano alimentate e guidate dagli intellettuali che nelle frequentazioni napoletane per motivi di studio erano sicuramente venuti a conoscenza delle opere di N. Fortunato, F. Briganti, Filangieri, F. Longano, M. Pagano, G. Palmieri, M. Delfico e M. G. Galanti, e i quali nella seconda metà del 700 ripresero e svilupparono le teorie politiche, ed economiche del periodo precedente (13), affiancarono i loro studi a quelli storico-giuridici avviati sin dal secolo XVII (14) sull'origine del feudo e sui diritti dei sudditi, e cominciarono ad indagare i possibili rimedi (abolizione dei diritti proibitivi, il diritto del contadino a lavorare la sua terra, ecc.). Erano, questi, giovani prevalentemente di estrazione popolare, spesso dotati di notevoli capacità intellettuali, che dopo un primo avvio negli studi presso i preti o i notai ,e legali del paese natio, riuscivano, con inimmaginabili sacrifici dei genitori che anelavano che i loro figli uscissero dalla condizione di cafoni, a recarsi a Napoli, l'unico centro meridionale universitario del tempo (15), da cui ritornavano ai propri paesi con una laurea in utroque jure (16) o di dottore fisico o come notai, le tre professioni tipiche dell'epoca.

Ben poco, però, questa ristretta classe sociale potè influire sulla mentalità dell' epoca, che rimaneva ancora quella medievale. Il re era accettato come padrone assoluto che poteva disporre di persone e cose (la terra), avendo avuto l'investitura per grazia divina (i Pontefici spesso incoronavano re e imperatori in Vaticano!) ed era visto come una figura di padre buono, di colui che poteva fare la grazia di aggiustare le cose; si invocava la sua benevolenza e si accettava la sua maniera paternalistica di agire. Non si aveva il senso del diritto, si accettava acriticamente la condizione di sudditi... Solo con la Rivoluzione Francese il popolo comincerà in qualche modo a prendere coscienza dei suoi diritti di cittadino e a capire che ciò che otteneva per benevolenza del re non era che una piccola parte di ciò che gli spettava per diritto naturale.

Le sommosse, dunque, non erano dirette contro il Re, bensì contro baroni e arrendatori. Ma spesso gli arrendatori erano gli stessi baroni e quindi doppiamente invisi. Effettivamente essi vessavano il popolo con soprusi di ogni genere, e con l'imporre i diritti proibitivi di trappeto, di forno, ecc., tanto che la gente non poteva nemmeno mangiare pane a volontà (17). E sì, perché anche i forni, oltre che i trappeti, i mulini, ecc. erano arrendati (18). Alle nostre antenate era vietata la panificazione domestica; per cuocere il pane esse dovevano recarsi ai forni dell' arrendatore e pagare la relativa gabella, un tot a rotolo (19).

A Rocca abbiamo, a questo proposito, segni tangibili, documenti storici. Quelle gobbe, quelle protuberanze che si notano ancora oggi lungo le mura di vecchi fabbricati (in via Federico Svevo, via Cincinnato, via Roma, via Mercato...), sappiamo che sono - se non sono state trasformate in ripostigli o gabinetti - forni, forni però posticci, sorti cioè non con la casa ma costruiti in tempi successivi, quando il feudatario si compiacque di non esercitare più il diritto di forno. Così, chi era proprietario della propria casa si costruì il suo forno aprendo un varco e occupando una porzione di suolo esterno alla casa (20)

Vita sociale ed economica a Rocca Imperiale

A Rocca Imperiale nel periodo in questione non si registrano, dai pochi documenti rinvenuti, fatti di particolare rilevanza. Vero è che altri documenti potrebbero essere andati smarriti per il fatto che Rocca fino al 1816 è stato territorio vagante. Infatti, dopo essere appartenuto al Principato di Benevento e poi alla Terra d'Otranto con capitale Lecce, fu una volta aggregata alla Basilicata, altra volta alla Calabria, sia pure per poco tempo (vedi nota l), poi di nuovo alla Basilicata con capoluogo Matera e poi Potenza, al distretto di Lagonegro e poi di Castrovillari, al mandamento di Rotondella e poi di Oriolo, e finalmente, e definitivamente, dal 1817 fu aggregato alla Calabria, provincia di Cosenza. Ma possiamo anche pensare che a Rocca nel secondo cinquantennio del secolo XVIII non sia accaduto nulla di grande rilievo (21).

Il Pacichelli nel 1703 scriveva: Rocca Imperiale "dalla natura vien provveduta di Grano, Vino, Olio, Mandorle, e quantità di Bambage..." (33). E il Giustiniani un secolo dopo: "Le produzioni [di Rocca Imperiale] consistono in grano, granone, ottimo olio, agrumi, e bambagia, di cui se ne fa molta industria. Presso al mare evvi un magazzino capace di circa 50.000 (34) tomola di grano, ove si rimette incettandolo da altri luoghi, facendosene poi degl'imbarchi. Gli abitanti, oltre all'agricoltura, si esercitano molto nella negoziazione di diverse specie di vettovaglie..." (35).

Il Galanti (36) ci informa pure che a Rocca Imperiale vi era una dogana dipendente dal governo delle dogane di Puglia e che dal 1751 per il commercio interno via mare si pagava il 2% sulla esportazione e importazione per il mantenimento di due sciabecchi che proteggevano il commercio contro le piraterie.

Nel 1778 dalle dogane di Rocca Imperiale si introitavano a tale scopo ducati 1235, il che significa che vi era un discreto traffico marittimo, se si consideri, ad esempio, che dalle dogane di Bari si introitavano 7.430 ducati, da quelle di Maratea 408, di Gaeta 420 e dalle dogane di Calabria Citeriore 2.902. Nello stesso anno 1778 la dogana di Rocca Imperiale dette una rendita, per diversi vettigali, di ducati 3.255 contro i 700 di Maratea, i 3.183 di Brindisi, i 2.586 di Lecce e S. Cataldo, i 2.504 di Rossano, i 126 di Cariati, i 2.969 di Cotrone.

E se a ciò si aggiunge che i rocchesi sono tenaci, volitivi, laboriosi, economi possiamo dire che essi, nella stragrande maggioranza, relativamente ai tempi e ad altre vicine zone del Regno, non soffrivano la fame, né immaginiamo ci fosse disoccupazione. Infatti i pochi documenti del tempo, di cui disponiamo, ci dicono che Rocca sin d'allora, ma anche prima e fino ai nostri giorni (37), è stato un paese di immigrazione (38). Nei libri parrocchiali dei battesimi, dei matrimoni e dei morti (39) e nei bilanci della Chiesa matrice e delle varie Cappelle, relativi alla seconda metà del 700, troviamo molti cognomi nuovi e tante famiglie di cui non vi è traccia nel cinquantennio precedente (40). Per la potatura degli ulivi venivano operai dal barese, mentre per la raccolta delle olive vi erano a decine nelle nostre Cesine le donne di Latronico (41): fenomeno, a dire degli anziani per averlo a loro volta sentito raccontare dagli antenati, che si è rinnovato ad ogni autunno per tutto l' 800 e per i primi decenni del 900.

Ancora. Al momento dell' emanazione della legge sull'eversione della feudalità (2/8/1806), accanto al latifondo del Duca Crivelli, la Chiesa matrice di Rocca "possiede nelle diverse contrade del territorio, ed in diversi pezzi, la estensione di circa mille tomolate di territori, dei quali una gran parte posseduta da particolari cittadini a titolo di colonia, ed il rimanente è in amministrazione dell'istessa Chiesa, dalla quale si tiene a vuoto per mancanza di coloni, e dei mezzi dell'agricoltura". E gli altri luoghi pii "posseggono circa moggia trecento di terreni" (42). Terreni che in piccoli e medi lotti venivano dati prevalentemente in enfiteusi e a censo.

Dal "quadro dei censi dovuti alla Chiesa parrocchiale di Rocca Imperiale,... esecutoriato a 12 giugno 1827 e rinnovato a 18 dicembre 1858" (43), si ricava che i censuari della sola Chiesa parrocchiale erano oltre 400, a cui bisogna aggiungere almeno un centinaio di altri censuari delle cappelle del Rosario, della Madonna della Nova e degli altri luoghi pii. Circa 500 famiglie quindi che coltivavano almeno un fazzoletto di terra, quote di terreni assegnate tutte nel periodo 1685-1795 (solo tre quote risultano date nei primi decenni del1'800).
D'altro canto, i vari Procuratori dei Luoghi pii e della Chiesa matrice erano intransigenti, sì, nell' esigere i canoni, ma questi non erano poi eccessivamente esosi, tant' è che risultano dati terreni in enfiteusi a conduttori non coltivatori diretti, i quali, sia pure dando ai contadini salari di sopravvivenza, riuscivano a ricavare per sé un qualche utile.

Numerose erano anche le piccole e medie proprietà possedute dai cittadini rocchesi, come si deduce dagli atti testamentari e di compra vendita redatti dai notai dell' epoca (44); proprietà localizzate prevalentemente in contrada S. Venere, Maiorano, Corvisiero, Parise, Timpone del Fronte,... Si trattava, è vero, di appezzamenti di terreno non tra i migliori del territorio (la Saliva, gran parte delle Cesine, la Piantata, l'Arena, la Marina - ossia i terreni più fertili, soprattutto perché pianeggianti - erano del Duca e, in parte, della Chiesa), tuttavia permettevano ai proprietari di condurre una vita da civile o da massaro di campo, il che significava possedere una casa e permettersi di mandare presso l'Università di Napoli
almeno un figlio. Da costoro - diciamo per inciso - era formata, o andava formandosi e consolidandosi, la piccola e media borghesia intellettuale-agraria di Rocca Imperiale.
Aggiungiamo, per concludere l' excursus sulle condizioni economiche della popolazione, che gli artieri, cioè i sartori, i falegnami, i calzolai, i barbieri..., quasi sempre erano proprietari di piccole quote di terreno che coltivavano direttamente nei periodi in cui nelle botteghe non vi era da lavorare. Costoro, inoltre, prestavano la loro opera spostandosi con gli attrezzi del mestiere presso le famiglie dei benestanti del paese, e vi rimanevano per più giorni, ricevendo abbondante vitto e qualche tarì.
A Rocca, perciò, non si era probabilmente giunti, a nostro parere, agli estremi limiti di sopportazione della miseria generalizzata che altrove invece provocava tumulti e sommosse anche cruenti.

Infine potremmo anche considerare che i nostri feudatari degli ultimi decenni del secolo, i duchi Francesco (45) e Alfonso Crivelli, tutelavano sicuramente i propri interessi, avevano, sì, i loro agenti che talvolta si comportavano da aguzzini (i Crivelli, tranne che per i primi decenni dopo l'acquisto del feudo - 1717 -, non risiedevano a Rocca, ma a Napoli), traevano certamente vantaggi dalla gestione degli arrendamenti, ma mancano documenti accusatori di crudeltà o abusi particolari a loro carico che non fossero quelli comuni di tutti i feudatari del tempo (erbaggio, fida, diritti proibitivi...).
A pagina 12 del citato bollettino della Commissione feudale, a proposito di una delle convenzioni tra il Duca e l'Università, si legge: "... la docilità dell'attuale illustre possessore..." con riferimento ad Alfonso Crivelli. E nel la Chiesa Madre di Rocca vi è una lapide in cui si legge che il duca Francesco nel 1760 si impegnava a versare ogni anno 25 monete d'oro napoletane per la sacra missione da garantire agli abitanti di Rocca da parte dei monaci baresi (46).

Con ciò vogliamo dire che i duchi Francesco ed Alfonso non sono stati sicuramente dei benefattori (ad esempio, si appropriarono - con la probabile complicità di decurioni e agenti ripartitori - della Saliva, cedendo in cambio all'Università pochi ettari di terra in contrada Pietrapiana e Trevie (47), tuttavia non si macchiarono di particolari atrocità che in altre zone del Regno si verificarono. E per quei tempi un comportamento benevolmente paternalistico del feudatario non era comune, e certamente contribuì ad evitareche a Rocca si verificassero fenomeni di particolare frizione e grosse scosse nel tessuto sociale.

 

Rocca Imperiale nel 1799

Il vento francese che diffondeva per tutta l'Europa le idee rivoluzionarie lambì anche le nostre contrade. I contadini capivano poco di libertà, ugualiam:a, giustizia..., principi astratti per loro, abituati ad ubbidire, a lavorare per sfamare sé e le proprie famiglie, però percepirono sicuramente che i francesi promettevano ad essi la terra, l'oggetto dei loro sogni di sempre. Negli ultimi anni del secolo, infatti, le rivolte erano dirette, sì, ancora, contro le tasse, le gabelle, ma volevano soprattutto dire: terra, terra che significa pane, sale, qualche intruglio dello speziale.
La terra! Possederne un fazzoletto era la massima aspirazione di ogni bracciale, ribelle o no. E i bracciali rocchesi, ora che giunge loro l'eco della rivoluzione napoletana, intravedono anch'essi la possibilità concreta di coltivare per sé, e non per il padrone, la terra, di legnare nelle terre demaniali usurpate, sul Monte, senza subire angarie e ricatti.
Da Napoli furono inviati nelle province i commissari democratizzatori ad eccitare il popolo perché sostenesse la rivoluzione, promettendo la terra, la tanto sospirata terra. A Rocca venne il dottore in legge Luigi Lomonaco, fratello del noto Francesco, cui il Manzoni dedicò un sonetto. Nel Notamento dei Rei di Stato della Provincia di Basilicata (48) si legge: "D. Luigi Lo Monaco di Monte Albano ebbe in Napoli la Commissione del Diparto di Monte Albano. Democratizzò prima la popolazione di Rocca Imperiale dove stabilì la Municipalità sparlando maledicamente del Sovrano, indi altri luoghi...".
Ebbero, quindi, i rocchesi, notizia della piantagione dell' albero della libertà in altri Comuni della Provincia: il 2 febbraio a Montalbano (49), a Potenza il 3 febbraio, a Matera il 9 febbraio... E il nostro Vito Nicola di Nuzzo piantò a Rocca, al centro della piazza, l'albero col berretto repubblicano e la coccarda tricolore nei primissimi giorni di febbraio (50).
Alla vecchia Amministrazione, dunque, si sostituì la Municipalità repubblicana. Ne fu capo Domenico Vitale, ne fece parte lo stesso Nuzzo.
Rocca quindi fu tra i primissimi centri della Basilicata a democratizzarsi, forse (51) senza episodi cruenti o clamorosi, ma sicuramente con manifestazioni di giubilo da parte della popolazione, esclusi ovviamente i borboniani, che, chiusi nelle loro case, meditavano rivincita e vendetta. Si deve far risalire a questo periodo la formazione dei due schieramenti rocchesi Ducalini e Cittadini, realisti e repubblicani (52), un embrione delle sette e dei partiti dell'800.
L'evento repubblicano, sappiamo, ebbe breve vita. Le orde del cardinale Ruffo giunsero a Rocca il 26 aprile e i borboniani rocchesi ritornarono al potere. Il Vitale e il di Nuzzo furono arrestati.
Anche per questi fatti non disponiamo, oggi, di molti documenti perché sono andati distrutti da un incendio durante l'ultima guerra, come ci informa il Pedio, il quale nel suo libro (53) riporta solo l'elenco dei Rei di Stato del 1799 e poche altre notizie.
Esaminiamolo, questo elenco, per la parte che riguarda Rocca, alla luce, peraltro fioca, di qualche altra notizia che siamo riusciti a connettere ad esso.
Tra gli altri v'è Giuseppe Zuccarini. Se ne ha notizia, prima del Pedio, in Racioppi (54): "Zucchini (55) Giuseppe, di anni 22, di Rocca Imperiale" figura nell' elenco dei "Condannati dalla SUPREMA GIUNTA DI STATO, stati asportati in Marsiglia, e sotto pena della morte nel caso che rientrassero nei rr. Domini senza il real permesso".
Dalle ricerche effettuate nell'archivio parrocchiale di Rocca (56) risulta: Zuccarino Giuseppe Antonio Nicola Maria del dottor Domenico e di Perna Covelli, nato il 17/6/1772. Non risultano nati con tale nome e cognome negli anni seguenti il 1772. Quindi Giuseppe Zuccarino sarebbe nato il l721, nel 1799 aveva 27 anni e non 22.
Perché fu deportato a Marsigfia?
Che cosa aveva fatto? Dov'era quando fu arrestato? A Napoli? A Rocca e fu quindi arrestato dai soldati del Ruffo? Quest'ultima ipotesi ci sembra improbabile, perché per essere condannato alla deportazione in Marsiglia, è evidente che avrebbe dovuto commettere fatti gravi, o ritenuti tali, e in tal caso ci sarebbe rimasta traccia nei diari e nei resoconti dei memorialisti che seguivano il Cardinale. E' molto probabile invece che in gennaio si trovasse in Napoli e abbia avuto una qualche parte attiva nella vita della giovane repubblica. L'ipotesi non è inverosimile. Infatti quasi tutti i condannati dell'elenco riportato dal Racioppi (pag. 451) furono implicati nei fatti di Napoli e qui arrestati, anche se alcuni di essi risultano implicati pure nelle vicende dei propri paesi (57). Nel 1804 D. Giuseppe Zuccarini fu Domenico e di Perna Covelli figura in un atto del notaio Ferrara (58) per la divisione dei beni dell'asse ereditario paterno. Nell'atto si dice che Giuseppe è dimorante in Napoli ed ivi uxorato (=ammogliato).
Per Domenico Vitale il documento del Pedio (59) dice: "D. Domenico Vitale di Rocca Imperiale intervenne alla lizione per la democrazia e fu Presidente della Municipalità. Carcerato uscì coll'indulto". Quindi fu imprigionato con l'arrivo delle truppe del Ruffo e rimase in carcere fino al 3 O maggio del 1800, data dell 'indulto concesso da Re Ferdinando ritornato sul trono.
Ritroviamo il Vitale a capo del Decurionato nel biennio 1811-1812 (60).

"D. Vito Nicola Nuzzo (61) - si legge nel documento - di Rocca Imperiale fu impegnatissimo per la piantagione dell'albero. Fu Municipe. Uscì coll'indulto". Anch'egli dunque fu arrestato e poi liberato per l'indulto del maggio 1800.
Dai registri parrocchiali risulta Vito Nicola di Nuzzo essere nato il lO ottobre 1751 da Francesco Antonio e Rosa Cafaro.
Non figura altro Vito Nicola di Nuzzo nei registri dei battezzati, né dei matrimoni. Ma Vito Nicola compare tra i battezzanti il 13 aprile 1799; dunque era sacerdote. E la conferma ce la dà Domenico Antonio Savoia (da cui ha attinto notizie anche il Racioppi): a Rocca Imperiale la mattina del 27 aprile "... si carcerarono d'ordine di S. Em.za [il cardinale Ruffo] l'Arciprete di detta Rocca, ed un'altro sacerdote per aver pubblicamente spredicato contro il Sovrano, ed a favore: della Repubblica" (62).
L'arciprete arrestato era Giovanni Antonio Giannattasio, nato 1'8 gennaio 1744 da Crescenzio e da Vittoria Scotillo. Il documento del Pedio dice: "D. Giovanni Giannattasio di Rocca Imperiale fece in chiesa un sermone dicendo bene de' Francesi e sparlando contro S. M. Indultato".
Sicuramente i giorni immediatamente precedenti e quelli seguenti l' arrivo del Cardinale a Rocca furono giorni di tensione, di paure, di propositi di vendette, quindi di delazioni. Chi aveva riferito infatti al Ruffo del sermone dell' arciprete? La delazione a quei tempi, ma anche in tempi successivi, specie nei piccoli centri, era l'arma subdola e cattiva a cui ricorrevano i pusillanimi per portare a compimento le proprie vendette. Del resto, era il clima dei tempi, e la delazione veniva incoraggiata, se non imposta, dall'alto, e se ne servivano anche coloro che invece avrebbero dovuto condannarla e predicare il perdono.
Il Croce scoprì ed acquistò per la sua Società un documento del 29 aprile 1799: il Cardinale di Napoli "sospendeva i confessori che non imponevano ai loro penitenti di denunciare le mene contro la Repubblica" (63).
Ma torniamo all' arciprete Giannattasio. L'ultima parola del documento riferita a lui, indultato, ci lascia perplessi. Mentre per Vitale e di Nuzzo si dice, per i l°, "carcerato uscì coll'indulto", e, per il 2°, "uscì coll'indulto", per Giannattasio solo "indultato". Significa che, arrestato, fu subito liberato e non subì dunque il carcere come gli altri due? Il fatto non può essere ricostruito con chiarezza poiché i documenti relativi, come si è detto, sono andati distrutti. Perciò, se non si pensa a disinformazione e superficialità dell'estensore del documento, si potrebbe ipotizzare che l' arciprete sia stato subito liberato o dopo l'arresto sia riuscito a fuggire e a tenersi nascosto fino all'indulto del 1800

.I libri parrocchiali, a volte ci aiutano a far luce, ma altre volte contribuiscono a creare incertezze e dubbi. Fino al 23 aprile 1799 i libri registrano con certa regolarità e; diligenza i battesimi, le morti, i matrimoni. Dopo tale data nei libri regna la massima confusione fino al 1805, quando l'arciprete Ferrara ricomincia regolarmente la registrazione.
Esempi:
- dal 24/4 al 3/6/1799 non è registrato alcun decesso (eppure la mortalità allora era altissima e c'erano morti tutti i mesi), ma nascite, sì, fino al 17/6 con la firma, certamente apocrifa, di Giannattasio (basterebbe constatare il cognome Gianattasio con una sola n, mentre l'arciprete, quando la firma è autentica, ha firmato Giannattasio con due n sin dal marzo 1791);
- l' 8 settembre 1804 si registra il battesimo di Porsia Maria Donata Casalnuovo con la firma, sicuramente apocrifa, dell'arciprete, che era morto il 3 settembre;
- ancora: dal 24 giugno 1793 al 3 settembre 1794 non risulta registrato nessun decesso; e dopo il 16 novembre 1803 troviamo registrati, a pago 216, n. 7 battesimi del 1802.

I futuri storici sono avvertiti!

Per noi non è importante stabilire se l'arc. Giannattasio sia stato arrestato o se sia stato subito liberato o se sia riuscito a fuggire. Quel che ci preme rilevare è che, dall'arrivo del Ruffo e fIno al 1805, a Rocca si sono vissuti anni di paure, di gelosie, di ricatti, di vendette. Probabilmente si aprì anche la lotta per la successione alla carica di Arciprete, sia prima che dopo la morte del Giannattasio, e al riguardo non potevano non essere coinvolte le famiglie dei numerosi preti dell' epoca (67)

.Purtroppo non possiamo dare certezze al proposito, né possiamo ricorrere ad altre fonti, come quelle dell' archivio diocesano di Tursi, che avrebbero potuto portare luce nella questione, perché quasi tutte le carte di quell'archivio sono andate distrutte dall'incendio, probabilmente doloso, del 1988.

Data di arrivo e partenza del cardinale Ruffo

InfIne alcuni dati cronologici in merito alla presenza a Rocca del Cardnale. Questi arrivò a Rocca il 26 aprile e non il 23, come afferma S. Lizzano (68), che rileva la notizia dal Misefari (69), il quale non cita la fonte. Il Savoia (70) è l'unico diarista che precisa la data di arrivo del Ruffo a Rocca: "Mattina del 26 - dice - partimmo per la Rocca Imperiale, avendo lasciato alla Marina l'Artiglieria, alla cui custodia rimasero molte compagnie sotto la scorta del Tenente Colonnello Carbone, e del Commissario Rapini".
Del tenente colonnello Carbone parla anche il capitano C. Cesari (71), da cui Lizzano trae la notizia della partenza del Cardinale da Rocca il giorno 26 (che invece è la data di arrivo). Ma il Cesari a sua volta si rifà, come egli stesso ci dice, al Savoia: "Fu (come risulta dal diario di Savoia del 1889 [72]) coll'esercito del Ruffo come tenente, e giunto col cardinale a Rosarno il 23 febbraio ebbe il grado di capitano.

Il 26 aprile il Ruffo lo lasciò a Rocca Imperiale a custodia dell' artiglieria quale tenente colonnello...".
E' l'espressione "il 26 aprile... lo lasciò a Rocca Imperiale..." che ha tratto in inganno il Misefari e quindi il Lizzano, i quali riportano la data del 26 aprile, quale quella di partenza del Cardinale da Rocca, mentre si tratta della data di arrivo.
E il Savoia più avanti dice (73): "Partiti la mattina del 28 presimo la via appena per quei piani che trovammo tutta la popolazione della Rotondella...".
Dunque l'orda del Ruffo giunge a Rocca il 26 aprile. L'artiglieria, circa duemila uomini e cento cavalli (74), si sistema nella pianura della Marina, al comando del T. C. Francesco Carbone, e il Cardinale se ne va ad alloggiare al castello, allora in condizione di ospitare gente di riguardo (75). Il 27 fa arrestare il Vitale e il di Nuzzo, e forse il Giannattasio, e scrive una lettera ad Acton (76). Riparte da Rocca, come si è detto, il 28.


NOTE

1.Non ci si meravigli se trattando di Rocca e della sua storia fino ai primi decenni dell' 800 ci si riferirà prevalentemente alla Basilicata. Gli è che Rocca, terra di confine, fino al 1816 - tranne che per brevi periodi, a metà 700 e durante la Repubblica Napoletana - ha sempre fatto parte della Basi1icata ed ha sempre avuto, ed ha tuttora, rapporti frequenti con i centri limitrofi di questa Regione.
All'epoca la Basilicata era una delle 12 province in cui era amministrativamente diviso il Regno di Napoli.

2. A Potenza, a Cancellara, a Gallicchio... nel 1783; a Tolve, a Tito, a Carbone, ad Atella, a Calvello, a Lagonegro e ancora a Potenza nel 1784; a Pietrafesa (l'attuale Satriano di Lucania) e a Melfi nel 1788; a Maratea, a Oliveto Lucano e a S. Fele nel 1792; a S. Costantino, a Guardia Perticara, a Garaguso e Brindisi di Montagna nel 1796; a Castronuovo, a Tricarico e Grottole nel 1797; ma anche in paesi più vicini a Rocca: a Matera nel 1784 e nel 1797, a Craco nel 1785, a Pisticci, a Latronico nel 1784 e nel 1797... Cfr. T. Pedio, La Basi/icata durante la dominazione borbonica, 1961, per un ampio rinvio alle fonti archivistiche

.3. T. Pedio, op. cit., pago 7.

4. Le Chiese matrici e le Cappelle avevano spesso beni patrimoniali consistenti, ma vi erano anche - poche chiese povere che vivevano solo di elemosine (cfr. T. Pedio, Aspetti letterari, a. XX, fase. VI, pago 1 e ss).

5. Erano gli avvocati, i legali. Dice G. M. Galanti (Della descrizione geografica e politica delle Due Sicilie, Napoli, 1973, V. I, p. 498): "Fino al principio di questo secolo... usavano il collare e il cappello spagnolo, e della forma di questo cappello sono stati chiamati paglietti". Prima del Galanti, un anonimo autore scriveva, nel 1737, che i Baroni per i loro affari e per soddisfare le loro passioni "... anno sempre ritrovati alla mano... valevoli mezzi... che sono stati e sono li Paglietti loro avvocati...". Anonimo, Lettera di Ragguaglio circa il genio presente del baronaggio, Archivio Stato Napoli, carte delle Giunte di Stato, sez. politica.

6. Mulattiere, carrettiere; salariato fisso o giornaliero, spesso adibito al trasporto di mercanzie per e da Napoli e altre città e paesi; con l'occasione fungeva anche da portalettere.

7. Guardino di buoi.

8. Sellaio, bastaio, chi fa o vende bard'; bard'= basto, dall'arabo barda'a, tramite lo spagnolo albarda (Gigante, Dizionario, Lacaita).

9. Magister era l'artiere, che di solito aveva bottega, il falegname, il muratore, il decoratore...

lO. Di cui "pudor fari vetat", dice F. Rossi (Conspectus juris publici feudalis communi, Neapoli, MDCCXCII, pagg. 24-25. Il silenzio del popolo - aggiunge - "non tacitus consensus erat, sed tristis ed impotens patientia, maiorumque acrumnarum metus". Idem, pago 78.

11. Chi prendeva in arrendamento, in appalto, il diritto di esigere la rendita dei dazi indiretti. Gli arrendamenti furono aboliti con decreto n. 96 del 25/6/1806.

12. Non si dimentichi che anche la rivolta napoletana di Masaniello del luglio 1647 era iniziata al grido "Viva il Re di Spagna e mora il malgoverno", diretta, quindi, non contro il Re, ma contro gli appaltatori arricchitisi col "sangue de' poveri".

13. Del Campanella, S. Ammirato, C. di Tappia, il Cardinale De Luca, del Genovesi, P. M. Doria, C. A. Broggia, F. Galiani,... 14. Dell'Ageta, C. di Tappia, Novario,

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14. Lanario, R. Pecori, N. Valletta, C. Firmani, 21. Qualche documento potrebbe trovarsi Guarani, F. Rossi, Masci, F. Ammirati, nell'Archivio di Stato di Potenza, ma dalFichera, Dragonetti, Basta,... Cfr. R. l'epoca del terremoto del 1980 le carte di Trifone, Feudi e Demani, Milano, Società archivio sono depositate in sedi improprie Editrice Libraria, 1909.

15. Ad Altamura fu avviato, negli ultimi decenni del secolo, un esperimento di studi universitari, travolto dagli avvenimenti del 1799. Si trattava in verità di studi propedeutici a successivi studi professionali. Vi erano docenti di rilievo, quali il Cagnazzi, il De Gemmis, il Bisceglia cfr. M. Dell'Aquila(, Puglia, La Scuola Editrice)

16. Laurea nell'uno e l'altro diritto, cioè in diritto civile e in diritto canonico

17. Fino ai tempi della nostra infanzia si usava ancora cuocere a pitticella (impasto di farina, acqua e poco sale - il sale era troppo prezioso!), sotto la cenere del focolare.Triiste retaggio di tempi difficili!

18. I diritti proibitivi, che si esercitavano da secoli, furono aboliti dai Normanni dagli Svevi, ma ripristinati nel periodo aragonese Le formule di investitura Aragonesi - ci informa il Guarani (Jius feudale Neapolitarum acSiculum, Neapolis, MDCCXCIl, voI. III, pagg. 229-231) - contenevano le clausole "cum angariis, paran gariis, furnis, molendinis,trapetis, hosteriis, Furono definitivamente aboliti con legge del 1806

19. Un rotolo era pari a 893 grammi o a 3 libbre o a 36 once

20. A Rocca il Duca Crivelli ha esercitato il diritto proibitivo di trappeto fino al 1807(v. Supplem. Bollettino Commiss. Feudale n. 2 Napoli, 1829, pag 86) . Nel 1739 cittadini di Rocca ricorsero alla "clemenza e giustizia" di Carlo III dolendosi delle"innumerevoli gravezze infertile" dal Duca Crivelli e chiedevano, tra le altre cose, di ordinare perché l' "illustre possessore" (il duca) si astenesse dall'esercitare il diritto proibitivo del trappeto (v. Convenzione approvata con sentenza della Commission Feudale del 28/l/1808, Bollett. n. l, 1808).
Poiché nel ricorso non si richiede l'abolizione del diritto proibitivo del forno, riteniamo che il feudatario abbia concesso la costruzione dei forni già prima del 1739
Pertanto, le abitazioni che hanno parte dei forni all' esterno del muro perimetrale sono anteriori al 1739, tranne quelle i cui proprietari, pur avendo costruito la casa dopo tale data, hanno per la ristrettezza dello spazio usurpato suolo pubblico.

21.Qualche documento potrebbe trovarsi nell'Archivio di Stato di Potenza, na all'epoca del terremoto dell'80 le carte dell'archivio sono depositate in sedi improprie e non sono ostensibili al pubblico per eventuali ricerche.

22. T. Pedio, op. cit., pago 8 ss.

23. Nicola Tuttabella, dottore in legge, mori il 1810, di anni 44.

24. Domenico, dottore fisico, mori il 1814 di anni 59; Giuseppe, anch'egli dottore fisico, mori il 1792

25. Francesco M. Orlando, dottore fisico e Sindaco dal 1815 al 1816 e dal 1829 al 1831, mori di anni 60 il 1838; era figlio del dottore fisico Giuseppe.

26. Scipione Pucci, sindaco nel 1810 e dal 1823 al 1825, era dottore fisico.
.
27. Nel 180 l Domenico Scotillo eradottore in utroque jure.

28. Giambattista Viccari, notaio, mori nel 1812, di anni 47.

29. Francesco Lombardo il1810 aveva 54 anni ed era dottore di legge; Nicola, notaro, nel 1809 aveva 43 anni.

30. Antonio Mesce mori il 1813 di anni 85; era dottore di legge.

31. Egidio Fortunato, speziale di medicina,muore a 70 anni nel 1810.

32. A parte l'arciprete Filippo Ferrara, vi etc.". era pure Leonardantonio, notaro nel 1809.

33. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Napoli, Stamperia di Dom. Ant.Parrino, 1703.

34. In Fiore, op. cit., pago 9, si legge 55.000, per evidente errore del proto.

35. Giustiniani, Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli, tomo VIII, 1797, Napoli, ristampa anast., Forni Edit.

36. Galanti, op. cit., pago 395.

37. E' nei ricordi dei più anziani la folla dei mietitori nella piazza, in attesa di ingaggio, le sere dei mesi di maggio-giugno, provenienti da Canna, Nocara, Oriolo, Montegiordano, Farneta,...

38. Il fenomeno meridionale di emigrazione di fine 800 e dei primi decenni del 900 ha avuto riflessi molto marginali e poco significativi nel nostro paese. Su questo argomento contiamo di ritornare con un apposito studio.

39. Purtroppo l'ignoranza di sagrestani e la poca diligenza di qualche arciprete e economo-curato ci hanno privato di alcuni libri del tempo.

40. Anche sulle famiglie indigene e più antiche e non ci ripromettiamo un apposito studio.

41. V. in proposito il processo a carico di V. V. Gallo, di cui al nostro lavoro Un brigante rocchese, pubblicato sul n.3, di questa rivista, anno II, 1992.

42. Archivio Stato Cosenza, Atti relativi alla esecuzione delle sentenze della Commissione feudale. Prefettura di CaI. Citer. 1808-1812.

43. Archivio Stato Cosenza, Affari ecclesiastici, censi, busta n. 14, fascicoli 410 e 411.

44. Purtroppo anche per gli atti notarili vi è da lamentare la poca diligenza nella conservazione degli atti; di alcuni notai non si conserva alcun documento, di altri solo alcuni volumi presso l'Archivio Notarile di Castrovillari.

45. Fraficesco Crivelli, all'arrivo di Carlo Borbone a Napoli (1734), era uno dei ministri (=Consiglieri) del Sacro Consiglio, tribunale supremo della giurisdizione ofd1: naria. M. Schipa (Il Regno di Npoli al tempo di Carlo Borbone, Soc. Editr. Dante Alighieri, 1923, II ediz., voI. I, pago 5) ci infomia che Francesco Crivelli era uno dei cinque ministri "forniti di dottrina conveniente alla carica... gli altri, mediocri, ignoranti o sciocchi, corrotti i più".

46. Ecco il testo:
QUINQUENNALIS ANIMARUM CURA A BARIENS. COENOBITIS SACRAE MISSIONlS ARCIS IMPERIALIS INCOLIS SUO MORE PRAESTANDA AUREOS NUMMOS NEAP.XXV DE SUO QUOTANNIS IN PERPETUUM ILLIS SOL VENTEF R A C I S C O C R I V E L L I O D U CE AD BENE SIBI SUISQ. CONSULENDUM RATA FIRMAQ. FACTA EST PER PUBL. TABELL. IOSEPHUM ANTONIUM VENETTOTIUM ANNO CHRISTIANO MDCCLX. V. CAL. SEXTIL.
e la traduzione:
La cura delle anime da garantire come per tradizione ogni cinque anni agli abitanti di Rocca Imperiale da parte dei monaci missionari baresi - impegnandosi di sua iniziativa il duca Francesco Crivelli per pensare opportunamente alla salvezza dell'anima sua e dei suoi a pagare per loro ogni anno e per sempre 25 monete d'oro napoletane - è stata ratificata ed è ora divenuta stabile ad opera di Giuseppe Antonio Venettozio con pubblica testimonianza.
28 luglio 1760

47. G. Fiore, op. cit., pag. 136.

48. T. Pedio, Uomini aspirazioni e contrasti nella Basilicata del 1799, Matera, F.lli Montemurro Editori, 1961, pag. 207.

49. P. Rondinelli, Montalbano Ionico ed i suoi dintorni, Taranto, Loderto, 1913, pago 46.

50. Poiché Commissario democratizzatore di Rocca fu, come si è detto, il montalbanese L. Lomonaco, riteniamo che abbia prima democratizzato il suo paese, il 2 febbraio, e poi sia venuto a Rocca, anche se nel medesimo documento si legge "democratizzò prima...". La data più precisa potrà stabilirsi allorquando sarà possibile consultare le carte di archivio di Stato di Potenza.

51. Le affermazioni con i forse, probabilmente, riteniamo che qui e là compaiono in questo lavoro non purtroppo suffragate da documenti. E quando questi mancano, afferma il Douglas (Vecchia Calabria, Martello Editore, pag. 65), "il problema... può essere risolto da chiunque a piacer suo. In effetti non vi è altro modo di risolverlo". Riteniamo tuttavia di non affermare nulla di improbabile e di essere molto vicini al vero.

52. Vedi la Memoria di V. V.Gallo(Archivio Stato, Cosenza), di cui si è parlato nel numero unico di questa rivista.

53. T. Pedio, Uomini aspirazioni..., op. cit.

54. G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma, 1970, voI. II, pago 451.

55. Zucchini anziché Zuccarini: è evidente errore di copiatura.

56. Per le notizie biografiche relative al periodo antecedente il 1809 ci riferiamo ai libri dell' archivio parrocchiale, l'unica fonte possibile di consultazione. Si ricorda che lo Stato Civile fu istituito e reso obbligatorio solo con le leggi dei Napoleonidi. I primi registri esistenti nel Comune di Rocca Imperiale risalgono al 1809. Prima di tale data i battesimi (quindi le nascite), i matrimoni e le morti venivano registrati dagli arcipreti e dagli economi curati.

57. Cfr. Pedio, Uomini..., op. cito

58. Archivio notarile di Castrovillari. 59. Pedio, Uomini..., op. cit., pago 275.

60. Era figlio del dottor Giovanni e di Vittoria Palazzo. Morirà il 1831, di anni 65. Sarebbe dunque nato il 1771, ma non risulta nel registro dei battezzati di tale anno, né degli anni immediatamente precedenti e successivi.
61. Il cognome risultante dai registri è "di Nuzzo".

62. D. A. Savoia, Diario della spedizione del card. Ruffo nel 1799, Reggio Cal., Tipografia di Paolo Siclari, 1889, pagg. 17-18.
Scrupolo di studioso ci impone di segnalare che il 1778 risulta nata Isabella Ippolita da Vito Nicola di Nuzzo ed Eleonora Bianco (Arch. parr. di Rocca Imperiale). Questo Vito Nicola, dunque, non è il sacerdote, ma un omonimo. Noi riteniamo - fino a quando non verranno alla luce altri documenti che a piantare l'albero della libertà sia stato il sacerdote.

63. Archivio Storico per le Province Napoletane, XXIII; 1898, pp. 823-824. Riportiamo integralmente il testo del "curioso" (così lo definisce il Croce) documento, importante per farci capire le ansie di quei giorni in cui non si parlava se non di congiure: "Il Cittadino Cardinale Arcivescovo di Napoli, considerando i disordini e i mali gravissimi, che seco portano le sedizioni e i tumulti contra la sicurezza e tranquillità dello Stato, riserva specialmente a sé in questa Città e Diocesi di Napoli il caso seguente:
"Conspirantes, Tumultantes, seu Conspirationem contra Rempublicam sollicitantes, necnon consilio, pecunia, armis seditionem ac tumultum, et seditiosos adiuvantes, vel seditiosos machinationes non revelantes; docentes etiam privatim DEMOCRATIAM ESSE RELIGIONI ADVERSAM; Confessarii vero, quacumque dignatate praediti, non obligantes poenitentes huiusmodi ad denunciationem, vel a denunciatione esonerantes, suspendantur. Gaietano Vesc. di Comana Vic. Gen."".

67.Il cantore-economo Pompeo Orlando (che morirà il 15 nov.1799),D.MatteoGiannico e D. Matteo Giannito, D. Vito Nicola di Nuzzo, D. Antonio Oriolo (1738-1808), D. Filippo Ferraro (poi: Ferrara), D. Nicola Lillo (1776-1836), D. Francesco Lizzano, D. Vito Failla cantore 81747-1805).

68. S. Lizzano, Roseto nella storia, Kompos, matera, 1989, p. 132.

69.E. Misefari, Storia sociale della Calabria,Iaca Book, 1976, p. 20.

70. op. cit., p. 17.

71. C. Cesari, L'insurrezione calabrese nel 1806 e l'assedio di Amadea, Officina Poligrafica Editrice, 1911, p. 53, nota 1.

72. Il sottolineato è nostro.

73 Op. cit., p. 18.

74 V. Lettera di Ruffo ad Acton, in data 21 aprile 1799, in Arch. Stor. Provo Nap., XXXVII, 1883, p. 615.

75. La notizia è confermata in una petizione di rocchesi diretta a S. M. F erdinando II, il30 novembre 1830, in cui però si dice che il Ruffo dimorò nel castello una sola notte anziché due.

76. Arch. Stor. Provo Nap., XXXIV, 1883,pagg.618-621.Questa lettera è un'ulteriore prova, ove ve ne fosse bisogno.

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