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Negli ultimi decenni della seconda metà del '700 in molti paesi della nostra provincia, la Basilicata (1), di tanto in intanto, or qui or là, la quiete rassegnata delle popolazioni fu scossa e la vita sociale sconvolta da improvvisi sussulti e da episodi di ribellione e manifestazioni tumultuose che talvolta sfociavano in sommosse cruente (2). Si trattava sì, di vampate di ribellioni popolari, di episodi isolati che non assumevano connotazioni di movimenti regionali venivano presto, e definitivamente sedati con la forza, ma denotavano anche lo stato di estrema miseria della Regione e testimoniano il grado di grande esasperazione delle nostre genti, generalmente pacifiche perché rassegnate da tempi immemorabili a vivere, anzi a sopravvivere, di stenti. In quel tempo, tranne che in alcuni grandi centri della regione (3), non si era ancora formata, o era allo stato embrionale, la piccola e media borghesia agraria e intellettuale, che sarà il fenomeno più importante del primo 800 meridionale, su cui si innesteranno movimenti, dapprima poco delineati e piuttosto estemporanei e confusi, che avranno tanta parte nelle vicende risorgimentali. Vi erano invero i ricchissimi: i feudatari, i benestanti (pochissimi), i preti (4) gli amministratori e gli agenti baronali, i notai, i paglietti (5) i dottori fisici, che erano riusciti ad entrare nell' entourage del feudatario; i poveri (i più): i bracciali, i vaticali (6) i gualani (7), i vardari (8), i magistri(9), che poi alla fin fine erano quelli che subivano ogni sorta di vessazioni; oltre ai miserrimi, quegli sventurati cioè presenti in ogni tempo e in tutte le società.- In particolare, la miseria diventava ancora più nera, oltre che per le ricorrenti carestie, pestilenze e cause naturali (terremoti, alluvioni, siccità), anche per le prepotenze (10), gli abusi, le angarie dei feudatari e dei loro agenti, le gabelle degli arrendatori (11) e i balzelli feudali. Gli episodi di violenza perciò erano spesso spontanei: bastava un nonnulla, una scintilla, per far divampare un incendio. I
nostri bracciali il più delle volte si raccoglievano nella piazza
del paese per manifestare e tutt'al più gridare al feudatario
lo stato di estremo disagio in cui versavano, senza l'intenzione, cioè,
di creare situazioni difficili ed intollerabili. Ma poi la folla, la
calca, gli animi eccitati talvolta facevano degenerare gli assembramenti
in tumulti. Le manifestazioni, si badi erano dirette (questa è
la singolarità dei tempi) non contro le istituzioni o il Re,
non contro il governo di Napoli, ma contro le persone (i feudatari,
i loro agenti, gli arrendatori, gli agenti regi disonesti) che quelle
istituzioni rappresentavano (12). Ben poco, però, questa ristretta classe sociale potè influire sulla mentalità dell' epoca, che rimaneva ancora quella medievale. Il re era accettato come padrone assoluto che poteva disporre di persone e cose (la terra), avendo avuto l'investitura per grazia divina (i Pontefici spesso incoronavano re e imperatori in Vaticano!) ed era visto come una figura di padre buono, di colui che poteva fare la grazia di aggiustare le cose; si invocava la sua benevolenza e si accettava la sua maniera paternalistica di agire. Non si aveva il senso del diritto, si accettava acriticamente la condizione di sudditi... Solo con la Rivoluzione Francese il popolo comincerà in qualche modo a prendere coscienza dei suoi diritti di cittadino e a capire che ciò che otteneva per benevolenza del re non era che una piccola parte di ciò che gli spettava per diritto naturale. Le sommosse, dunque, non erano dirette contro il Re, bensì contro baroni e arrendatori. Ma spesso gli arrendatori erano gli stessi baroni e quindi doppiamente invisi. Effettivamente essi vessavano il popolo con soprusi di ogni genere, e con l'imporre i diritti proibitivi di trappeto, di forno, ecc., tanto che la gente non poteva nemmeno mangiare pane a volontà (17). E sì, perché anche i forni, oltre che i trappeti, i mulini, ecc. erano arrendati (18). Alle nostre antenate era vietata la panificazione domestica; per cuocere il pane esse dovevano recarsi ai forni dell' arrendatore e pagare la relativa gabella, un tot a rotolo (19). A Rocca abbiamo, a questo proposito, segni tangibili, documenti storici. Quelle gobbe, quelle protuberanze che si notano ancora oggi lungo le mura di vecchi fabbricati (in via Federico Svevo, via Cincinnato, via Roma, via Mercato...), sappiamo che sono - se non sono state trasformate in ripostigli o gabinetti - forni, forni però posticci, sorti cioè non con la casa ma costruiti in tempi successivi, quando il feudatario si compiacque di non esercitare più il diritto di forno. Così, chi era proprietario della propria casa si costruì il suo forno aprendo un varco e occupando una porzione di suolo esterno alla casa (20)
A Rocca Imperiale nel periodo in questione non si registrano, dai pochi documenti rinvenuti, fatti di particolare rilevanza. Vero è che altri documenti potrebbero essere andati smarriti per il fatto che Rocca fino al 1816 è stato territorio vagante. Infatti, dopo essere appartenuto al Principato di Benevento e poi alla Terra d'Otranto con capitale Lecce, fu una volta aggregata alla Basilicata, altra volta alla Calabria, sia pure per poco tempo (vedi nota l), poi di nuovo alla Basilicata con capoluogo Matera e poi Potenza, al distretto di Lagonegro e poi di Castrovillari, al mandamento di Rotondella e poi di Oriolo, e finalmente, e definitivamente, dal 1817 fu aggregato alla Calabria, provincia di Cosenza. Ma possiamo anche pensare che a Rocca nel secondo cinquantennio del secolo XVIII non sia accaduto nulla di grande rilievo (21). Il Pacichelli nel 1703 scriveva: Rocca Imperiale "dalla natura vien provveduta di Grano, Vino, Olio, Mandorle, e quantità di Bambage..." (33). E il Giustiniani un secolo dopo: "Le produzioni [di Rocca Imperiale] consistono in grano, granone, ottimo olio, agrumi, e bambagia, di cui se ne fa molta industria. Presso al mare evvi un magazzino capace di circa 50.000 (34) tomola di grano, ove si rimette incettandolo da altri luoghi, facendosene poi degl'imbarchi. Gli abitanti, oltre all'agricoltura, si esercitano molto nella negoziazione di diverse specie di vettovaglie..." (35). Il Galanti (36) ci informa pure che a Rocca Imperiale vi era una dogana dipendente dal governo delle dogane di Puglia e che dal 1751 per il commercio interno via mare si pagava il 2% sulla esportazione e importazione per il mantenimento di due sciabecchi che proteggevano il commercio contro le piraterie. Nel 1778 dalle dogane di Rocca Imperiale si introitavano a tale scopo ducati 1235, il che significa che vi era un discreto traffico marittimo, se si consideri, ad esempio, che dalle dogane di Bari si introitavano 7.430 ducati, da quelle di Maratea 408, di Gaeta 420 e dalle dogane di Calabria Citeriore 2.902. Nello stesso anno 1778 la dogana di Rocca Imperiale dette una rendita, per diversi vettigali, di ducati 3.255 contro i 700 di Maratea, i 3.183 di Brindisi, i 2.586 di Lecce e S. Cataldo, i 2.504 di Rossano, i 126 di Cariati, i 2.969 di Cotrone. E se a ciò si aggiunge che i rocchesi sono tenaci, volitivi, laboriosi, economi possiamo dire che essi, nella stragrande maggioranza, relativamente ai tempi e ad altre vicine zone del Regno, non soffrivano la fame, né immaginiamo ci fosse disoccupazione. Infatti i pochi documenti del tempo, di cui disponiamo, ci dicono che Rocca sin d'allora, ma anche prima e fino ai nostri giorni (37), è stato un paese di immigrazione (38). Nei libri parrocchiali dei battesimi, dei matrimoni e dei morti (39) e nei bilanci della Chiesa matrice e delle varie Cappelle, relativi alla seconda metà del 700, troviamo molti cognomi nuovi e tante famiglie di cui non vi è traccia nel cinquantennio precedente (40). Per la potatura degli ulivi venivano operai dal barese, mentre per la raccolta delle olive vi erano a decine nelle nostre Cesine le donne di Latronico (41): fenomeno, a dire degli anziani per averlo a loro volta sentito raccontare dagli antenati, che si è rinnovato ad ogni autunno per tutto l' 800 e per i primi decenni del 900. Ancora. Al momento dell' emanazione della legge sull'eversione della feudalità (2/8/1806), accanto al latifondo del Duca Crivelli, la Chiesa matrice di Rocca "possiede nelle diverse contrade del territorio, ed in diversi pezzi, la estensione di circa mille tomolate di territori, dei quali una gran parte posseduta da particolari cittadini a titolo di colonia, ed il rimanente è in amministrazione dell'istessa Chiesa, dalla quale si tiene a vuoto per mancanza di coloni, e dei mezzi dell'agricoltura". E gli altri luoghi pii "posseggono circa moggia trecento di terreni" (42). Terreni che in piccoli e medi lotti venivano dati prevalentemente in enfiteusi e a censo. Dal "quadro
dei censi dovuti alla Chiesa parrocchiale di Rocca Imperiale,... esecutoriato
a 12 giugno 1827 e rinnovato a 18 dicembre 1858" (43), si ricava
che i censuari della sola Chiesa parrocchiale erano oltre 400, a cui
bisogna aggiungere almeno un centinaio di altri censuari delle cappelle
del Rosario, della Madonna della Nova e degli altri luoghi pii. Circa
500 famiglie quindi che coltivavano almeno un fazzoletto di terra, quote
di terreni assegnate tutte nel periodo 1685-1795 (solo tre quote risultano
date nei primi decenni del1'800). Numerose erano
anche le piccole e medie proprietà possedute dai cittadini rocchesi,
come si deduce dagli atti testamentari e di compra vendita redatti dai
notai dell' epoca (44); proprietà localizzate prevalentemente
in contrada S. Venere, Maiorano, Corvisiero, Parise, Timpone del Fronte,...
Si trattava, è vero, di appezzamenti di terreno non tra i migliori
del territorio (la Saliva, gran parte delle Cesine, la Piantata, l'Arena,
la Marina - ossia i terreni più fertili, soprattutto perché
pianeggianti - erano del Duca e, in parte, della Chiesa), tuttavia permettevano
ai proprietari di condurre una vita da civile o da massaro di campo,
il che significava possedere una casa e permettersi di mandare presso
l'Università di Napoli Infine potremmo
anche considerare che i nostri feudatari degli ultimi decenni del secolo,
i duchi Francesco (45) e Alfonso Crivelli, tutelavano sicuramente i
propri interessi, avevano, sì, i loro agenti che talvolta si
comportavano da aguzzini (i Crivelli, tranne che per i primi decenni
dopo l'acquisto del feudo - 1717 -, non risiedevano a Rocca, ma a Napoli),
traevano certamente vantaggi dalla gestione degli arrendamenti, ma mancano
documenti accusatori di crudeltà o abusi particolari a loro carico
che non fossero quelli comuni di tutti i feudatari del tempo (erbaggio,
fida, diritti proibitivi...). Con ciò vogliamo dire che i duchi Francesco ed Alfonso non sono stati sicuramente dei benefattori (ad esempio, si appropriarono - con la probabile complicità di decurioni e agenti ripartitori - della Saliva, cedendo in cambio all'Università pochi ettari di terra in contrada Pietrapiana e Trevie (47), tuttavia non si macchiarono di particolari atrocità che in altre zone del Regno si verificarono. E per quei tempi un comportamento benevolmente paternalistico del feudatario non era comune, e certamente contribuì ad evitareche a Rocca si verificassero fenomeni di particolare frizione e grosse scosse nel tessuto sociale.
Il vento
francese che diffondeva per tutta l'Europa le idee rivoluzionarie lambì
anche le nostre contrade. I contadini capivano poco di libertà,
ugualiam:a, giustizia..., principi astratti per loro, abituati ad ubbidire,
a lavorare per sfamare sé e le proprie famiglie, però
percepirono sicuramente che i francesi promettevano ad essi la terra,
l'oggetto dei loro sogni di sempre. Negli ultimi anni del secolo, infatti,
le rivolte erano dirette, sì, ancora, contro le tasse, le gabelle,
ma volevano soprattutto dire: terra, terra che significa pane, sale,
qualche intruglio dello speziale. "D.
Vito Nicola Nuzzo (61) - si legge nel documento - di Rocca Imperiale
fu impegnatissimo per la piantagione dell'albero. Fu Municipe. Uscì
coll'indulto". Anch'egli dunque fu arrestato e poi liberato per
l'indulto del maggio 1800. .I libri
parrocchiali, a volte ci aiutano a far luce, ma altre volte contribuiscono
a creare incertezze e dubbi. Fino al 23 aprile 1799 i libri registrano
con certa regolarità e; diligenza i battesimi, le morti, i matrimoni.
Dopo tale data nei libri regna la massima confusione fino al 1805, quando
l'arciprete Ferrara ricomincia regolarmente la registrazione. I futuri storici sono avvertiti! Per noi non è importante stabilire se l'arc. Giannattasio sia stato arrestato o se sia stato subito liberato o se sia riuscito a fuggire. Quel che ci preme rilevare è che, dall'arrivo del Ruffo e fIno al 1805, a Rocca si sono vissuti anni di paure, di gelosie, di ricatti, di vendette. Probabilmente si aprì anche la lotta per la successione alla carica di Arciprete, sia prima che dopo la morte del Giannattasio, e al riguardo non potevano non essere coinvolte le famiglie dei numerosi preti dell' epoca (67) .Purtroppo
non possiamo dare certezze al proposito, né possiamo ricorrere
ad altre fonti, come quelle dell' archivio diocesano di Tursi, che avrebbero
potuto portare luce nella questione, perché quasi tutte le carte
di quell'archivio sono andate distrutte dall'incendio, probabilmente
doloso, del 1988.
InfIne alcuni
dati cronologici in merito alla presenza a Rocca del Cardnale. Questi
arrivò a Rocca il 26 aprile e non il 23, come afferma S. Lizzano
(68), che rileva la notizia dal Misefari (69), il quale non cita la
fonte. Il Savoia (70) è l'unico diarista che precisa la data
di arrivo del Ruffo a Rocca: "Mattina del 26 - dice - partimmo
per la Rocca Imperiale, avendo lasciato alla Marina l'Artiglieria, alla
cui custodia rimasero molte compagnie sotto la scorta del Tenente Colonnello
Carbone, e del Commissario Rapini". Il 26 aprile
il Ruffo lo lasciò a Rocca Imperiale a custodia dell' artiglieria
quale tenente colonnello...".
1.Non ci
si meravigli se trattando di Rocca e della sua storia fino ai primi
decenni dell' 800 ci si riferirà prevalentemente alla Basilicata.
Gli è che Rocca, terra di confine, fino al 1816 - tranne che
per brevi periodi, a metà 700 e durante la Repubblica Napoletana
- ha sempre fatto parte della Basi1icata ed ha sempre avuto, ed ha tuttora,
rapporti frequenti con i centri limitrofi di questa Regione. 2. A Potenza, a Cancellara, a Gallicchio... nel 1783; a Tolve, a Tito, a Carbone, ad Atella, a Calvello, a Lagonegro e ancora a Potenza nel 1784; a Pietrafesa (l'attuale Satriano di Lucania) e a Melfi nel 1788; a Maratea, a Oliveto Lucano e a S. Fele nel 1792; a S. Costantino, a Guardia Perticara, a Garaguso e Brindisi di Montagna nel 1796; a Castronuovo, a Tricarico e Grottole nel 1797; ma anche in paesi più vicini a Rocca: a Matera nel 1784 e nel 1797, a Craco nel 1785, a Pisticci, a Latronico nel 1784 e nel 1797... Cfr. T. Pedio, La Basi/icata durante la dominazione borbonica, 1961, per un ampio rinvio alle fonti archivistiche .3. T. Pedio, op. cit., pago 7. 4. Le Chiese matrici e le Cappelle avevano spesso beni patrimoniali consistenti, ma vi erano anche - poche chiese povere che vivevano solo di elemosine (cfr. T. Pedio, Aspetti letterari, a. XX, fase. VI, pago 1 e ss). 5. Erano gli avvocati, i legali. Dice G. M. Galanti (Della descrizione geografica e politica delle Due Sicilie, Napoli, 1973, V. I, p. 498): "Fino al principio di questo secolo... usavano il collare e il cappello spagnolo, e della forma di questo cappello sono stati chiamati paglietti". Prima del Galanti, un anonimo autore scriveva, nel 1737, che i Baroni per i loro affari e per soddisfare le loro passioni "... anno sempre ritrovati alla mano... valevoli mezzi... che sono stati e sono li Paglietti loro avvocati...". Anonimo, Lettera di Ragguaglio circa il genio presente del baronaggio, Archivio Stato Napoli, carte delle Giunte di Stato, sez. politica. 6. Mulattiere, carrettiere; salariato fisso o giornaliero, spesso adibito al trasporto di mercanzie per e da Napoli e altre città e paesi; con l'occasione fungeva anche da portalettere. 7. Guardino di buoi. 8. Sellaio, bastaio, chi fa o vende bard'; bard'= basto, dall'arabo barda'a, tramite lo spagnolo albarda (Gigante, Dizionario, Lacaita). 9. Magister era l'artiere, che di solito aveva bottega, il falegname, il muratore, il decoratore... lO. Di cui "pudor fari vetat", dice F. Rossi (Conspectus juris publici feudalis communi, Neapoli, MDCCXCII, pagg. 24-25. Il silenzio del popolo - aggiunge - "non tacitus consensus erat, sed tristis ed impotens patientia, maiorumque acrumnarum metus". Idem, pago 78. 11. Chi prendeva in arrendamento, in appalto, il diritto di esigere la rendita dei dazi indiretti. Gli arrendamenti furono aboliti con decreto n. 96 del 25/6/1806. 12. Non si dimentichi che anche la rivolta napoletana di Masaniello del luglio 1647 era iniziata al grido "Viva il Re di Spagna e mora il malgoverno", diretta, quindi, non contro il Re, ma contro gli appaltatori arricchitisi col "sangue de' poveri". 13. Del Campanella, S. Ammirato, C. di Tappia, il Cardinale De Luca, del Genovesi, P. M. Doria, C. A. Broggia, F. Galiani,... 14. Dell'Ageta, C. di Tappia, Novario, '" 15. Ad Altamura fu avviato, negli ultimi decenni del secolo, un esperimento di studi universitari, travolto dagli avvenimenti del 1799. Si trattava in verità di studi propedeutici a successivi studi professionali. Vi erano docenti di rilievo, quali il Cagnazzi, il De Gemmis, il Bisceglia cfr. M. Dell'Aquila(, Puglia, La Scuola Editrice) 16. Laurea nell'uno e l'altro diritto, cioè in diritto civile e in diritto canonico 17. Fino ai tempi della nostra infanzia si usava ancora cuocere a pitticella (impasto di farina, acqua e poco sale - il sale era troppo prezioso!), sotto la cenere del focolare.Triiste retaggio di tempi difficili! 18. I diritti proibitivi, che si esercitavano da secoli, furono aboliti dai Normanni dagli Svevi, ma ripristinati nel periodo aragonese Le formule di investitura Aragonesi - ci informa il Guarani (Jius feudale Neapolitarum acSiculum, Neapolis, MDCCXCIl, voI. III, pagg. 229-231) - contenevano le clausole "cum angariis, paran gariis, furnis, molendinis,trapetis, hosteriis, Furono definitivamente aboliti con legge del 1806 19. Un rotolo era pari a 893 grammi o a 3 libbre o a 36 once 20. A Rocca
il Duca Crivelli ha esercitato il diritto proibitivo di trappeto fino
al 1807(v. Supplem. Bollettino Commiss. Feudale n. 2 Napoli, 1829, pag
86) . Nel 1739 cittadini di Rocca ricorsero alla "clemenza e giustizia"
di Carlo III dolendosi delle"innumerevoli gravezze infertile"
dal Duca Crivelli e chiedevano, tra le altre cose, di ordinare perché
l' "illustre possessore" (il duca) si astenesse dall'esercitare
il diritto proibitivo del trappeto (v. Convenzione approvata con sentenza
della Commission Feudale del 28/l/1808, Bollett. n. l, 1808). 21.Qualche documento potrebbe trovarsi nell'Archivio di Stato di Potenza, na all'epoca del terremoto dell'80 le carte dell'archivio sono depositate in sedi improprie e non sono ostensibili al pubblico per eventuali ricerche. 22. T. Pedio, op. cit., pago 8 ss. 23. Nicola Tuttabella, dottore in legge, mori il 1810, di anni 44. 24. Domenico, dottore fisico, mori il 1814 di anni 59; Giuseppe, anch'egli dottore fisico, mori il 1792 25. Francesco M. Orlando, dottore fisico e Sindaco dal 1815 al 1816 e dal 1829 al 1831, mori di anni 60 il 1838; era figlio del dottore fisico Giuseppe. 26. Scipione
Pucci, sindaco nel 1810 e dal 1823 al 1825, era dottore fisico. 28. Giambattista Viccari, notaio, mori nel 1812, di anni 47. 29. Francesco Lombardo il1810 aveva 54 anni ed era dottore di legge; Nicola, notaro, nel 1809 aveva 43 anni. 30. Antonio Mesce mori il 1813 di anni 85; era dottore di legge. 31. Egidio Fortunato, speziale di medicina,muore a 70 anni nel 1810. 32. A parte l'arciprete Filippo Ferrara, vi etc.". era pure Leonardantonio, notaro nel 1809. 33. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Napoli, Stamperia di Dom. Ant.Parrino, 1703. 34. In Fiore, op. cit., pago 9, si legge 55.000, per evidente errore del proto. 35. Giustiniani, Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli, tomo VIII, 1797, Napoli, ristampa anast., Forni Edit. 36. Galanti, op. cit., pago 395. 37. E' nei ricordi dei più anziani la folla dei mietitori nella piazza, in attesa di ingaggio, le sere dei mesi di maggio-giugno, provenienti da Canna, Nocara, Oriolo, Montegiordano, Farneta,... 38. Il fenomeno meridionale di emigrazione di fine 800 e dei primi decenni del 900 ha avuto riflessi molto marginali e poco significativi nel nostro paese. Su questo argomento contiamo di ritornare con un apposito studio. 39. Purtroppo l'ignoranza di sagrestani e la poca diligenza di qualche arciprete e economo-curato ci hanno privato di alcuni libri del tempo. 40. Anche sulle famiglie indigene e più antiche e non ci ripromettiamo un apposito studio. 41. V. in proposito il processo a carico di V. V. Gallo, di cui al nostro lavoro Un brigante rocchese, pubblicato sul n.3, di questa rivista, anno II, 1992. 42. Archivio Stato Cosenza, Atti relativi alla esecuzione delle sentenze della Commissione feudale. Prefettura di CaI. Citer. 1808-1812. 43. Archivio Stato Cosenza, Affari ecclesiastici, censi, busta n. 14, fascicoli 410 e 411. 44. Purtroppo anche per gli atti notarili vi è da lamentare la poca diligenza nella conservazione degli atti; di alcuni notai non si conserva alcun documento, di altri solo alcuni volumi presso l'Archivio Notarile di Castrovillari. 45. Fraficesco Crivelli, all'arrivo di Carlo Borbone a Napoli (1734), era uno dei ministri (=Consiglieri) del Sacro Consiglio, tribunale supremo della giurisdizione ofd1: naria. M. Schipa (Il Regno di Npoli al tempo di Carlo Borbone, Soc. Editr. Dante Alighieri, 1923, II ediz., voI. I, pago 5) ci infomia che Francesco Crivelli era uno dei cinque ministri "forniti di dottrina conveniente alla carica... gli altri, mediocri, ignoranti o sciocchi, corrotti i più". 46. Ecco il
testo: 47. G. Fiore, op. cit., pag. 136. 48. T. Pedio, Uomini aspirazioni e contrasti nella Basilicata del 1799, Matera, F.lli Montemurro Editori, 1961, pag. 207. 49. P. Rondinelli, Montalbano Ionico ed i suoi dintorni, Taranto, Loderto, 1913, pago 46. 50. Poiché Commissario democratizzatore di Rocca fu, come si è detto, il montalbanese L. Lomonaco, riteniamo che abbia prima democratizzato il suo paese, il 2 febbraio, e poi sia venuto a Rocca, anche se nel medesimo documento si legge "democratizzò prima...". La data più precisa potrà stabilirsi allorquando sarà possibile consultare le carte di archivio di Stato di Potenza. 51. Le affermazioni con i forse, probabilmente, riteniamo che qui e là compaiono in questo lavoro non purtroppo suffragate da documenti. E quando questi mancano, afferma il Douglas (Vecchia Calabria, Martello Editore, pag. 65), "il problema... può essere risolto da chiunque a piacer suo. In effetti non vi è altro modo di risolverlo". Riteniamo tuttavia di non affermare nulla di improbabile e di essere molto vicini al vero. 52. Vedi la Memoria di V. V.Gallo(Archivio Stato, Cosenza), di cui si è parlato nel numero unico di questa rivista. 53. T. Pedio, Uomini aspirazioni..., op. cit. 54. G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma, 1970, voI. II, pago 451. 55. Zucchini anziché Zuccarini: è evidente errore di copiatura. 56. Per le notizie biografiche relative al periodo antecedente il 1809 ci riferiamo ai libri dell' archivio parrocchiale, l'unica fonte possibile di consultazione. Si ricorda che lo Stato Civile fu istituito e reso obbligatorio solo con le leggi dei Napoleonidi. I primi registri esistenti nel Comune di Rocca Imperiale risalgono al 1809. Prima di tale data i battesimi (quindi le nascite), i matrimoni e le morti venivano registrati dagli arcipreti e dagli economi curati. 57. Cfr. Pedio, Uomini..., op. cito 58. Archivio notarile di Castrovillari. 59. Pedio, Uomini..., op. cit., pago 275. 60. Era figlio
del dottor Giovanni e di Vittoria Palazzo. Morirà il 1831, di
anni 65. Sarebbe dunque nato il 1771, ma non risulta nel registro dei
battezzati di tale anno, né degli anni immediatamente precedenti
e successivi. 62. D. A. Savoia,
Diario della spedizione del card. Ruffo nel 1799, Reggio Cal., Tipografia
di Paolo Siclari, 1889, pagg. 17-18. 63. Archivio
Storico per le Province Napoletane, XXIII; 1898, pp. 823-824. Riportiamo
integralmente il testo del "curioso" (così lo definisce
il Croce) documento, importante per farci capire le ansie di quei giorni
in cui non si parlava se non di congiure: "Il Cittadino Cardinale
Arcivescovo di Napoli, considerando i disordini e i mali gravissimi,
che seco portano le sedizioni e i tumulti contra la sicurezza e tranquillità
dello Stato, riserva specialmente a sé in questa Città
e Diocesi di Napoli il caso seguente: 67.Il cantore-economo Pompeo Orlando (che morirà il 15 nov.1799),D.MatteoGiannico e D. Matteo Giannito, D. Vito Nicola di Nuzzo, D. Antonio Oriolo (1738-1808), D. Filippo Ferraro (poi: Ferrara), D. Nicola Lillo (1776-1836), D. Francesco Lizzano, D. Vito Failla cantore 81747-1805). 68. S. Lizzano, Roseto nella storia, Kompos, matera, 1989, p. 132. 69.E. Misefari, Storia sociale della Calabria,Iaca Book, 1976, p. 20. 70. op. cit., p. 17. 71. C. Cesari, L'insurrezione calabrese nel 1806 e l'assedio di Amadea, Officina Poligrafica Editrice, 1911, p. 53, nota 1. 72. Il sottolineato è nostro. 73 Op. cit., p. 18. 74 V. Lettera di Ruffo ad Acton, in data 21 aprile 1799, in Arch. Stor. Provo Nap., XXXVII, 1883, p. 615. 75. La notizia è confermata in una petizione di rocchesi diretta a S. M. F erdinando II, il30 novembre 1830, in cui però si dice che il Ruffo dimorò nel castello una sola notte anziché due. 76. Arch. Stor.
Provo Nap., XXXIV, 1883,pagg.618-621.Questa lettera è un'ulteriore
prova, ove ve ne fosse bisogno. |
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