Agosto 2004

"A PASSEGGIO PER CANNA"


Stamattina niente mare.
Il piccolo è raffreddato e la tosse non gli dà tregua; il vento in paese non promette pause.
C'è da fare la spesa; ci prendiamo i bambini per mano, svoltiamo l'angolo sulla statale e saliamo verso la piazza.
L' ho tanto aspettata questa breve parentesi lontana da Roma.
Niente rumori, suoni, voci, orari, appuntamenti. Niente di niente, altro che questo nostro andare lento, in compagnia altrettanto lenta di qualche carretto che in salita scricchiola e cigola nel silenzio della mattinata pulita dal vento e inondata di sole.
Ogni tanto dietro di noi il rumore di un motore. La mano si stringe più forte a quella dei piccoli; macchine vecchio modello arrancano su per la strada e al volante la faccia di un paesano si volta curiosa, la voce saluta. Ed io, e tutti noi rispondiamo; anche senza conoscerla, senza alcuna pretesa di ricordare a chi appartiene quel viso che il sole ha cotto e solcato. Gente di paese. Anche noi oggi siamo del paese.
Aria di Canna, senz'altro alito che il vento che capovolge l'argento degli ulivi nel verde delle piante secolari abbarbicate alla terra. Il canto dei galli ci accompagna dall'alba. E' il primo segno di risveglio della vita che ricomincia.
Aprire la finestra qui, nella nuova casa dei ragazzi, vuoI dire tuffarsi negli ulivi che quasi entrano nella stanza e da sotto il balcone, giù giù per le pendici fino al mare tengono avvinghiata la terra, al riparo dal sole. In fondo, lontano,un nastro di mare color indaco, lo Jonio che si allarga nel golfo di Taranto; al tramonto, è un bracciale di luci.
Rocca invece si accende come una spilla di diamanti sul risvolto della notte.
Di giorno, tutta la terra calabra in questa zona è terra di ulivi e sole, ulivi e vento.
Ogni volta che tomo mi domando se Mino è contento di essere di nuovo a casa sua, nella sua terra, di fronte al suo mare. Io sento di essere stranamente a casa, vivo per me e per lui ogni giornata delle vacanze che ho atteso.
Canna non la conoscevo se non per il nome da anni, solo per il fatto che è vicina a Rocca e fa parte del passato; le brevi passeggiate che facevo con Mino quando non scendevamo a mare ci portavano sulla strada di Canna che prendevamo salendo sù al Castello e girando sulla statale alla destra delle scuole del paese; era una strada solitaria e assolata dove ci perdevamo in chiacchiere e tenerezze.
La strada per Canna di sera era ugualmente silenziosa, piena di stelle e buche a seconda che guardavamo a terra o fissavamo il cielo.Non c'erano luci allora, e veramente la via aveva l'aspetto
lunare che solo quel cielo riusciva a trasformare per noi, nella completa oscurità della campagna attorno. Dio! quante stelle oggi come allora restano a guardare quest'angolo di terra!
Da quasi un anno i ragazzi sono i farmacisti del paese, un paese piccolo, non abbarbicato come Rocca che si erge imperiosa verso il Castello ma addolcito ed accompagnato da stradine e piazzette facilmente raggiungibili, punti d'incontro per tutti e di tutti. Soprattutto adesso, d'estate, con le recenti ambiziose iniziative culturali della fascia jonica, ogni sera, nel mese d'agosto, c'è un motivo in più per incontrarsi, indossare il vestito buono almeno una volta visto che lo abbiamo portato, e uscire in giro, farsi vedere, interessati allo spettacolo e agli incontri. Che poi veramente capita che la serata ci rimane dentro, risveglia ricordi di vecchie usanze sparite e triturate dal nuovo, memorie che per incanto ritrovano i giusti incastri, come parti di un puzzle che ci portiamo dentro, pronti a ricomporre le parti del nostro passato, solo perché sono parti della nostra vita e ci appartengono per sempre.
I bambini corrono sotto il sole, si rincorrono, chiamano a cantilena ;"Marzia-Marziola" e la mettono in croce. Le vogliono molto bene, stanno bene con lei e lei ha pazienza con tutti, è attenta, li strilla anche, li tiene con sé nel modo giusto.
Arriviamo alla piazza. Chi avanti, chi dietro; Filippo affanna dietro di me, per la salita; e la passeggiata crea l'occasione per rinverdire anche i suoi ricordi.
Lui è di paese, si vede che ci sa stare in un paese, ha il saluto giusto, il giusto tono, il modo di avvicinarsi semplice, diretto della gente che tutto osserva e coglie l'essenziale, che capisce al volo la furbizia di una battuta, messa là senza parere. E' uno di loro, insomma.
Un po' il sangue, un po' la professione che l' ha abituato ad avvicinare tutti per ogni motivo, con quella toga da avvocato che si porta addosso da almeno cinquant' anni, fatto sta che si sente a proprio agio ovunque, anche a Canna.
Credo che si senta soddisfatto di come il paese abbia accolto i suoi ragazzi: E' soddisfatto perché è merito suo se tutto si è realizzato, e non solo perché c'erano i soldi per realizzare. E' proprio lui ad
essere determinato, a decidere, concludere. Prima o poi dovevano pur cominciare questi ragazzi,
. .. .
comminare in proprio.
Beato lui che non ha che di queste scelte, penso ascoltando. E ha queste possibilità. Certo, l' ha spesa bene la sua vita. Lo guardo mentre chiama a raccolta i nipoti e si fa condurre dal famoso macellaio che ha un po' di tutto.
Ha avuto la possibilità di farlo e non se l'è lasciata scappare Ha aiutato i tre figli, ha giocato le sue carte, adesso sono tutti e tre avviati e lui ha ancora la testa per lavorare a settantacinque anni. Il lavoro anche per lui è come una droga al positivo, l'aiuta a non morire.
Ha in sé un senso di solidità, di sicurezza; è una sensazione che ho sempre provato nei suoi confronti; come delle vecchie scarpe che non butteremo mai perché sappiamo che con loro troveremo sempre il benessere che cerchiamo. Anche se con lui ce ne sono stati di scontri, se ne è avuta di bella dialettica molti anni fa. Diverse idee politiche, diverse ideologie, diverse attenzioni, comportamenti.
Mino ed io più idealisti, più" a vento" senza àncore che ci aggrappassero alla terra, con la testa piena di belle idee e le tasche sempre vuote; belle speranze, bei propositi; e certezze di poterli offrire alle persone più care che volevamo amare nel modo che allora ritenevamo il migliore.
Filippo, "scarpe grosse e cervello fino" più concreto, più stringato, con la sua più che provata dialettica di avvocato, che si scontra con la mia ideologia e la mia coerenza ideale e perché no la mia dialettica. Dico mia, perché all'epoca gli attriti e gli scontri erano tra cognati in nome e per conto della stessa famiglia. E tutto sommato ne uscivamo bene entrambi Era sempre stato un motivo per accrescere la reciproca stima, mi sembrava, e non per allontanarci.
E' questo che Fausta ha trovato in lui; la sicurezza, la concretezza la stabilità che è venuta a mancare come la terra sotto i piedi con la morte del padre, all'inizio della sua adolescenza e dell'infanzia di Mino. Non certo la bellezza, non certo l'eccessiva simpatia, ma un'inequivocabile capacità di comunicare e convincere e catturare con la ricchezza e l'estrosità delle parole.
Adesso si gode il suo essere nonno. Il gelato ai bambini, il giornale, il caffè, con la mano sempre pronta sulla tasca, pronta ad offrire, a fare il padrone di casa. Il gelato cade a terra, si sapeva; il
bicchiere si rompe in mille pezzi, anche questo si sapeva. Un rimprovero, un rabbuffo, un pianto, una promessa. E la passeggiata riprende. Continuiamo la spesa, a passeggio per un paese così piccolo da percorrerlo in mezz'ora, pulitissimo e tranquillo, scivolando da una pietra all'altra, come in una piccola Erice della Calabria, con i manti delle strade a doppio colore, lucidi come ci fosse la cera, e il bianco che decora e definisce le sfumature del grigio che fa da tappeto all'intero paese.
E il forno. In quell'angolo inatteso, attratti da una striscia di profumo che sa di origano e rosmarino, e si confonde alle focacce, e si attorcina alle freselle, si insinua nelle pagnottelle di grano duro. Quale ti piace? Quella! Quella! E a te? A me quella bianca. Ognuno ha il suo pezzo di pizza favorito, e poi pane freselle e biscotti. Giovanni si è messo a giocare con un gattino, e dalla scalinatella di fronte si affaccia Maria Domenica, una compagnetta dell' asilo, bellissima. Fra qualche anno sarà una bellissima ragazza. Fra qualche anno. Quanto dovrà scorrere di tempo qui in paese?Per quanti anni sarete cosi cercati amati e amorosi, attenti a quei pochi altri che oggi bussano a casa e in farmacia, sempre, in ogni tempo ed in ogni momento, a cui aprite la porta sempre ed in ogni momento con un sorriso?
Ci inerpichiamo per le viuzze, scendiamo di nuovo verso il centro, tra case affacciate tra di loro, divise da poche lastre di marmo lucido e grigio che separano gli usci e le esistenze. E tanti fiori, tanto verde che sono la vita di Canna per chi da Canna è solo di passaggio. Ogni casa ha le mura tappezzate di verde, i fiori traboccano dalle inferriate dei balconi, incorniciano finestre e portoni, scalette e bassi.
Portiamo con noi un cestello di ricotta ancora calda che a pranzo si squaglierà sulle fette di pane; nell'altra mano le mozzarelle fresche, il pane, le focacce, gli odori e i profumi del paese.Torniamo con gli inserti di more lungo gambi di sterpaglie di strada,. Una ad una, con la sua proverbiale pazienza, e soprattutto a ricordo di tempi andati, il nonno infila le more nel filo di paglia così come faceva da ragazzo nelle sue campagne ed offre le collanine di frutta selvatica ad Elena e Sofia. A Giovannino no, perché lui è un ometto.
A fine pranzo, portate a tavola nel coppetto di coccio e ben lavate, dovrà spartire con tutti gli altri le poche more rimaste e non infilzate.
Per me ogni mora è il ricordo degli anni in cui Mino le raccoglieva lungo le siepi al mare di Anzio, nelle ore canicolari del primo pomeriggio e tornava con quel dono semplice per tutti noi, nascosto in un coppo fatto col giornale; sudato, sgraffiato dalle siepi, felice a modo suo delle piccole cose, nero come un tizzo. Solo i denti brillavano con un sorriso divertito del mio sguardo sgomento, e gli occhi mi dicevano che era la sua vita.

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