"A PASSEGGIO
PER CANNA"
Stamattina
niente mare.
Il piccolo è raffreddato e la tosse non gli dà tregua;
il vento in paese non promette pause.
C'è da fare la spesa; ci prendiamo i bambini per mano, svoltiamo
l'angolo sulla statale e saliamo verso la piazza.
L' ho tanto aspettata questa breve parentesi lontana da Roma.
Niente rumori, suoni, voci, orari, appuntamenti. Niente di niente, altro
che questo nostro andare lento, in compagnia altrettanto lenta di qualche
carretto che in salita scricchiola e cigola nel silenzio della mattinata
pulita dal vento e inondata di sole.
Ogni tanto dietro di noi il rumore di un motore. La mano si stringe
più forte a quella dei piccoli; macchine vecchio modello arrancano
su per la strada e al volante la faccia di un paesano si volta curiosa,
la voce saluta. Ed io, e tutti noi rispondiamo; anche senza conoscerla,
senza alcuna pretesa di ricordare a chi appartiene quel viso che il
sole ha cotto e solcato. Gente di paese. Anche noi oggi siamo del paese.
Aria di Canna, senz'altro alito che il vento che capovolge l'argento
degli ulivi nel verde delle piante secolari abbarbicate alla terra.
Il canto dei galli ci accompagna dall'alba. E' il primo segno di risveglio
della vita che ricomincia.
Aprire la finestra qui, nella nuova casa dei ragazzi, vuoI dire tuffarsi
negli ulivi che quasi entrano nella stanza e da sotto il balcone, giù
giù per le pendici fino al mare tengono avvinghiata la terra,
al riparo dal sole. In fondo, lontano,un nastro di mare color indaco,
lo Jonio che si allarga nel golfo di Taranto; al tramonto, è
un bracciale di luci.
Rocca invece si accende come una spilla di diamanti sul risvolto della
notte.
Di giorno, tutta la terra calabra in questa zona è terra di ulivi
e sole, ulivi e vento.
Ogni volta che tomo mi domando se Mino è contento di essere di
nuovo a casa sua, nella sua terra, di fronte al suo mare. Io sento di
essere stranamente a casa, vivo per me e per lui ogni giornata delle
vacanze che ho atteso.
Canna non la conoscevo se non per il nome da anni, solo per il fatto
che è vicina a Rocca e fa parte del passato; le brevi passeggiate
che facevo con Mino quando non scendevamo a mare ci portavano sulla
strada di Canna che prendevamo salendo sù al Castello e girando
sulla statale alla destra delle scuole del paese; era una strada solitaria
e assolata dove ci perdevamo in chiacchiere e tenerezze.
La strada per Canna di sera era ugualmente silenziosa, piena di stelle
e buche a seconda che guardavamo a terra o fissavamo il cielo.Non c'erano
luci allora, e veramente la via aveva l'aspetto
lunare che solo quel cielo riusciva a trasformare per noi, nella completa
oscurità della campagna attorno. Dio! quante stelle oggi come
allora restano a guardare quest'angolo di terra!
Da quasi un anno i ragazzi sono i farmacisti del paese, un paese piccolo,
non abbarbicato come Rocca che si erge imperiosa verso il Castello ma
addolcito ed accompagnato da stradine e piazzette facilmente raggiungibili,
punti d'incontro per tutti e di tutti. Soprattutto adesso, d'estate,
con le recenti ambiziose iniziative culturali della fascia jonica, ogni
sera, nel mese d'agosto, c'è un motivo in più per incontrarsi,
indossare il vestito buono almeno una volta visto che lo abbiamo portato,
e uscire in giro, farsi vedere, interessati allo spettacolo e agli incontri.
Che poi veramente capita che la serata ci rimane dentro, risveglia ricordi
di vecchie usanze sparite e triturate dal nuovo, memorie che per incanto
ritrovano i giusti incastri, come parti di un puzzle che ci portiamo
dentro, pronti a ricomporre le parti del nostro passato, solo perché
sono parti della nostra vita e ci appartengono per sempre.
I bambini corrono sotto il sole, si rincorrono, chiamano a cantilena
;"Marzia-Marziola" e la mettono in croce. Le vogliono molto
bene, stanno bene con lei e lei ha pazienza con tutti, è attenta,
li strilla anche, li tiene con sé nel modo giusto.
Arriviamo alla piazza. Chi avanti, chi dietro; Filippo affanna dietro
di me, per la salita; e la passeggiata crea l'occasione per rinverdire
anche i suoi ricordi.
Lui è di paese, si vede che ci sa stare in un paese, ha il saluto
giusto, il giusto tono, il modo di avvicinarsi semplice, diretto della
gente che tutto osserva e coglie l'essenziale, che capisce al volo la
furbizia di una battuta, messa là senza parere. E' uno di loro,
insomma.
Un po' il sangue, un po' la professione che l' ha abituato ad avvicinare
tutti per ogni motivo, con quella toga da avvocato che si porta addosso
da almeno cinquant' anni, fatto sta che si sente a proprio agio ovunque,
anche a Canna.
Credo che si senta soddisfatto di come il paese abbia accolto i suoi
ragazzi: E' soddisfatto perché è merito suo se tutto si
è realizzato, e non solo perché c'erano i soldi per realizzare.
E' proprio lui ad
essere determinato, a decidere, concludere. Prima o poi dovevano pur
cominciare questi ragazzi,
. .. .
comminare in proprio.
Beato lui che non ha che di queste scelte, penso ascoltando. E ha queste
possibilità. Certo, l' ha spesa bene la sua vita. Lo guardo mentre
chiama a raccolta i nipoti e si fa condurre dal famoso macellaio che
ha un po' di tutto.
Ha avuto la possibilità di farlo e non se l'è lasciata
scappare Ha aiutato i tre figli, ha giocato le sue carte, adesso sono
tutti e tre avviati e lui ha ancora la testa per lavorare a settantacinque
anni. Il lavoro anche per lui è come una droga al positivo, l'aiuta
a non morire.
Ha in sé un senso di solidità, di sicurezza; è
una sensazione che ho sempre provato nei suoi confronti; come delle
vecchie scarpe che non butteremo mai perché sappiamo che con
loro troveremo sempre il benessere che cerchiamo. Anche se con lui ce
ne sono stati di scontri, se ne è avuta di bella dialettica molti
anni fa. Diverse idee politiche, diverse ideologie, diverse attenzioni,
comportamenti.
Mino ed io più idealisti, più" a vento" senza
àncore che ci aggrappassero alla terra, con la testa piena di
belle idee e le tasche sempre vuote; belle speranze, bei propositi;
e certezze di poterli offrire alle persone più care che volevamo
amare nel modo che allora ritenevamo il migliore.
Filippo, "scarpe grosse e cervello fino" più concreto,
più stringato, con la sua più che provata dialettica di
avvocato, che si scontra con la mia ideologia e la mia coerenza ideale
e perché no la mia dialettica. Dico mia, perché all'epoca
gli attriti e gli scontri erano tra cognati in nome e per conto della
stessa famiglia. E tutto sommato ne uscivamo bene entrambi Era sempre
stato un motivo per accrescere la reciproca stima, mi sembrava, e non
per allontanarci.
E' questo che Fausta ha trovato in lui; la sicurezza, la concretezza
la stabilità che è venuta a mancare come la terra sotto
i piedi con la morte del padre, all'inizio della sua adolescenza e dell'infanzia
di Mino. Non certo la bellezza, non certo l'eccessiva simpatia, ma un'inequivocabile
capacità di comunicare e convincere e catturare con la ricchezza
e l'estrosità delle parole.
Adesso si gode il suo essere nonno. Il gelato ai bambini, il giornale,
il caffè, con la mano sempre pronta sulla tasca, pronta ad offrire,
a fare il padrone di casa. Il gelato cade a terra, si sapeva; il
bicchiere si rompe in mille pezzi, anche questo si sapeva. Un rimprovero,
un rabbuffo, un pianto, una promessa. E la passeggiata riprende. Continuiamo
la spesa, a passeggio per un paese così piccolo da percorrerlo
in mezz'ora, pulitissimo e tranquillo, scivolando da una pietra all'altra,
come in una piccola Erice della Calabria, con i manti delle strade a
doppio colore, lucidi come ci fosse la cera, e il bianco che decora
e definisce le sfumature del grigio che fa da tappeto all'intero paese.
E il forno. In quell'angolo inatteso, attratti da una striscia di profumo
che sa di origano e rosmarino, e si confonde alle focacce, e si attorcina
alle freselle, si insinua nelle pagnottelle di grano duro. Quale ti
piace? Quella! Quella! E a te? A me quella bianca. Ognuno ha il suo
pezzo di pizza favorito, e poi pane freselle e biscotti. Giovanni si
è messo a giocare con un gattino, e dalla scalinatella di fronte
si affaccia Maria Domenica, una compagnetta dell' asilo, bellissima.
Fra qualche anno sarà una bellissima ragazza. Fra qualche anno.
Quanto dovrà scorrere di tempo qui in paese?Per quanti anni sarete
cosi cercati amati e amorosi, attenti a quei pochi altri che oggi bussano
a casa e in farmacia, sempre, in ogni tempo ed in ogni momento, a cui
aprite la porta sempre ed in ogni momento con un sorriso?
Ci inerpichiamo per le viuzze, scendiamo di nuovo verso il centro, tra
case affacciate tra di loro, divise da poche lastre di marmo lucido
e grigio che separano gli usci e le esistenze. E tanti fiori, tanto
verde che sono la vita di Canna per chi da Canna è solo di passaggio.
Ogni casa ha le mura tappezzate di verde, i fiori traboccano dalle inferriate
dei balconi, incorniciano finestre e portoni, scalette e bassi.
Portiamo con noi un cestello di ricotta ancora calda che a pranzo si
squaglierà sulle fette di pane; nell'altra mano le mozzarelle
fresche, il pane, le focacce, gli odori e i profumi del paese.Torniamo
con gli inserti di more lungo gambi di sterpaglie di strada,. Una ad
una, con la sua proverbiale pazienza, e soprattutto a ricordo di tempi
andati, il nonno infila le more nel filo di paglia così come
faceva da ragazzo nelle sue campagne ed offre le collanine di frutta
selvatica ad Elena e Sofia. A Giovannino no, perché lui è
un ometto.
A fine pranzo, portate a tavola nel coppetto di coccio e ben lavate,
dovrà spartire con tutti gli altri le poche more rimaste e non
infilzate.
Per me ogni mora è il ricordo degli anni in cui Mino le raccoglieva
lungo le siepi al mare di Anzio, nelle ore canicolari del primo pomeriggio
e tornava con quel dono semplice per tutti noi, nascosto in un coppo
fatto col giornale; sudato, sgraffiato dalle siepi, felice a modo suo
delle piccole cose, nero come un tizzo. Solo i denti brillavano con
un sorriso divertito del mio sguardo sgomento, e gli occhi mi dicevano
che era la sua vita.
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